Monologo di Sharon (Jennifer Lopez) da Angel Eyes

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Articolo a cura di...

~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo di Sharon (Jennifer Lopez) da "Angel Eyes"

Questo monologo di Sharon in Angel Eyes è interessante perché ti costringe a lavorare su una cosa che nei provini conta tantissimo: la memoria emotiva senza compiacimento. Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri fragilità, autocontrollo e bisogno affettivo senza cadere nel pianto facile, questo fa per te. È una trappola perfetta: sembra semplice, ma in realtà chiede precisione, ascolto interiore e una gestione finissima dei cambi di tono.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Angel Eyes

  • Personaggio: Sharon Pogue

  • Attore/Attrice: Jennifer Lopez

  • Minutaggio: 1:35:00 – 1:37:00

  • Durata monologo: circa 2 minuti

  • Difficoltà: 8/10 — cambia tono senza mai forzare

  • Emozioni chiave: nostalgia, pudore, dolore, tenerezza, bisogno

  • Adatto per: provini drammatici realistici, ruoli femminili adulti, self tape intensi, scene di riconciliazione emotiva

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

Sharon è una donna che porta dentro da anni un conflitto irrisolto con la propria famiglia. In Angel Eyes, interpretata da Jennifer Lopez, arriva a questa scena dopo aver smesso di inseguire a tutti i costi l’approvazione del padre. Il monologo nasce in un momento pubblico e intimo insieme: lei ricorda un episodio felice dell’infanzia e lo usa per dire una cosa che non è mai riuscita a dire davvero. Il punto non è soltanto il ricordo. Il punto è che Sharon, per la prima volta, non rinnega più ciò che sente. Ed è proprio questo che rende il monologo così utile da studiare per un provino.

Testo del monologo

Ciao, mamma e papà. Congratulazioni. Entrando in questa casa mi è tornata in mente una cosa. Avrò avuto una decina d’anni e… Io e Larry stavamo giocando ai marziani. Ricordi, Lar? Facevamo… Facevamo un gran casino, quando… rientrò a casa papà dal lavoro, stanco e di malumore. Noi urlavamo come pazzi. Lui spalanca la porta e grida: “Che cavolo fate?” Mi presi uno spavento, ma uno spavento grosso. E allora dissi: “Papà, stiamo giocando ai marziani”. E lui disse: “Adesso ve li faccio vedere io i marziani!” E mi afferra. Mi tira su dal pavimento e mi butta sul divano. Poi acchiappa Larry, lo solleva di colpo e butta anche lui sul divano. 

Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.

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E allora… allora comincia a fare un sacco di rumori strani. E dice: “Noi venuti su Terra a dare calci”. E io e Larry correvamo e gli saltavamo addosso. Che gioia, quante risate. Io me la feci sotto. E noi continuiamo a correre, ad afferrargli le gambe, e lui a sballottolarci, facendo versacci marziani. Una cosa… stupenda. Stupenda. E io non lo dimenticherò mai. E mi manca tanto. Mi manca. Comunque, adesso io… voglio dirti grazie di quel giorno. Grazie.

Note di recitazione riga per riga

“Ciao, mamma e papà. Congratulazioni.”: Tono semplice, quasi protocollo familiare. Non partire già commossa: meglio un’apertura controllata, come se Sharon si imponesse di stare composta. Sguardo distribuito tra i due, senza cercare subito il padre troppo a lungo.

“Entrando in questa casa mi è tornata in mente una cosa.”: Qui il ritmo rallenta. Lascia che “questa casa” pesi un po’: non è una casa qualsiasi, è il luogo del conflitto. Piccolo respiro prima di “mi è tornata in mente”, come se il ricordo arrivasse davvero in quell’istante.

“Avrò avuto una decina d’anni e…”: La sospensione è importante. Non chiuderla troppo in fretta. Lo sguardo può scendere per un attimo, come se vedessi la bambina che eri stata. Attenzione a non “fare la bambina”: basta alleggerire appena la voce.

“Io e Larry stavamo giocando ai marziani. Ricordi, Lar?”: Su Larry entra un calore reale. È una battuta che apre lo spazio della memoria condivisa. Cerca un mezzo sorriso breve, non sentimentale. “Ricordi, Lar?” va lanciato come un appiglio, quasi per non restare sola dentro il ricordo.

“Facevamo… Facevamo un gran casino, quando… rientrò a casa papà dal lavoro, stanco e di malumore.”: La ripetizione di “Facevamo” non va corretta: lì c’è la mente che cerca precisione. Pausa minuscola prima di “stanco e di malumore”, con il corpo che si richiude appena. Si sente già l’ombra del padre difficile.

“Noi urlavamo come pazzi. Lui spalanca la porta e grida: “Che cavolo fate?”“: Qui cambia il ritmo. Entra il racconto fisico. “Spalanca” va visualizzato, non spiegato: un piccolo scatto dello sguardo verso la porta immaginaria aiuta. Sul diretto “Che cavolo fate?” non urlare troppo: più efficace se arriva secco e improvviso.

“Mi presi uno spavento, ma uno spavento grosso.”: Questa frase va quasi confidataa. Abbassa un filo il volume. Su “grosso” lascia un’eco di bambina spaventata, ma senza leziosità. La mano può stringersi appena, gesto minimo.

“E allora dissi: “Papà, stiamo giocando ai marziani”.“: Qui c’è tenerezza difensiva. Non imitare una voce infantile. Basta una piccola apertura, come se Sharon ricordasse il tentativo ingenuo di spiegarsi. Lo sguardo può alzarsi, quasi a cercare di nuovo il padre.

“E lui disse: “Adesso ve li faccio vedere io i marziani!””: Questa è la svolta del ricordo. Deve sorprendere anche te. L’errore più comune è renderla caricaturale. Meglio lasciar trapelare la meraviglia: il padre, per una volta, entra nel gioco.

“E mi afferra. Mi tira su dal pavimento e mi butta sul divano. Poi acchiappa Larry, lo solleva di colpo e butta anche lui sul divano.”: Questa parte è fisica. Segnala le azioni con chiarezza ma senza mimarle troppo. Piccoli movimenti del busto bastano. Ritmo leggermente più veloce: il ricordo prende vita da solo.

“E allora… allora comincia a fare un sacco di rumori strani.”: La doppia partenza “allora… allora” va tenuta. È il momento in cui la memoria si riempie di dettagli. Lascia una pausa vera dopo il primo “allora”, come se ti venisse da ridere e piangere insieme.

“E dice: “Noi venuti su Terra a dare calci”.”: Qui c’è ironia affettuosa. Non cercare la battuta. Funziona di più se la riporti con pudore, quasi stupita che quel ricordo esista davvero. Un accenno di sorriso, subito trattenuto.

“E io e Larry correvamo e gli saltavamo addosso. Che gioia, quante risate.” Qui il corpo si apre. È uno dei pochi punti in cui puoi lasciare entrare luce vera. Ma attenzione: “Che gioia” non deve suonare scritto. Pensa a un’immagine precisa, non a un sentimento generico.

“Io me la feci sotto.”: Battuta delicatissima. Va detta piano, con un filo di vergogna divertita. È proprio questo dettaglio a rendere il ricordo umano. Non sottolinearlo troppo: lascialo cadere quasi di lato.

“E noi continuiamo a correre, ad afferrargli le gambe, e lui a sballottolarci, facendo versacci marziani.”: Ritmo mosso, ma non concitato. Qui il monologo deve dare la sensazione di un film interiore che scorre. Lo sguardo non resta fisso sugli interlocutori: ogni tanto vede il passato.

“Una cosa… stupenda. Stupenda.”: Questo è un punto chiave. La prima “stupenda” nasce dal ricordo. La seconda nasce dal bisogno di fissarlo, di salvarlo. Falla più bassa, più nuda. Niente enfasi: è proprio la semplicità che colpisce.

“E io non lo dimenticherò mai. E mi manca tanto. Mi manca.”: Qui arriva il vero cuore del pezzo. “Mi manca tanto” è ancora controllato. “Mi manca” invece può rompersi appena. Non serve piangere. Serve sentire che per la prima volta Sharon non sta più combattendo contro questa verità.

“Comunque, adesso io… voglio dirti grazie di quel giorno. Grazie.”: “Comunque” è una difesa. Non buttarlo via. È il tentativo di rimettersi in ordine. Pausa prima di “voglio dirti grazie”, con il coraggio che si costruisce lì davanti a noi. L’ultimo “Grazie” va pulito, fermo, quasi spiazzante. Niente coda melodrammatica.

Perché questo monologo funziona

Il monologo funziona perché non parla frontalmente del trauma: ci gira intorno attraverso un ricordo felice. Io credo che il cuore di questa scena sia proprio questo paradosso. Sharon non chiede perdono, non accusa, non fa un regolamento di conti. Recupera un frammento buono e lo mette sul tavolo come prova del fatto che quel legame, nonostante tutto, per lei è esistito davvero.

Il punto chiave è il sottotesto: lei non sta solo dicendo “mi ricordo quel giorno”. Sta dicendo “sono ancora tua figlia, anche se mi hai respinta” e, insieme, “non voglio più cancellare ciò che sento per farmi accettare”. È una dinamica molto più complessa di quanto sembr.

L’errore più comune sarebbe caricare il pezzo di dolore fin dall’inizio, trasformandolo in uno sfogo. Non è uno sfogo. È un tentativo controllato di consegnare un ricordo. Jennifer Lopez, in Angel Eyes, lavora proprio su quella soglia: non esplode quasi mai, ma lascia filtrare tutto. Ed è lì che l’attore vince la scena.

Per quali provini è adatto

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Funziona per:

  • provini per ruoli femminili adulti con passato familiare complesso

  • self tape drammatici realistici e contemporanei

  • scene di memoria, perdita, riconciliazione mancata

  • provini in cui serve mostrare controllo emotivo e crepa interiore

Evitalo se:

  • ti chiedono un pezzo brillante o ritmicamente aggressivo

  • hai bisogno di un monologo molto giovane o adolescenziale

  • tendi a spingere subito sul pianto e non sai trattenere

Si abbina bene con: un secondo pezzo più secco e reattivo, magari con rabbia trattenuta o ironia difensiva, per mostrare contrasto.

Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sulle lacrime e più sul ricordo preciso. Il monologo di Sharon da Angel Eyes vive nei dettagli: una porta che si apre, un divano, un padre che per un minuto smette di fare paura. Se riesci a far vedere quello, il resto arriva da solo.

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