Monologo di Stanley da Come uccidono le brave ragazze 2: colpevole e innocente

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Monologo di Stanley da "Come uccidono le brave ragazze" 2: un ragazzo tormentato dai mostri e dal passato

Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri fragilità, trauma e bisogno disperato di essere creduto senza cadere nel pianto facile, questo fa per te. Il monologo di Stanley in Come uccidono le brave ragazze è una trappola perfetta: sulla carta sembra una confessione, in scena è molto di più. Devi far convivere colpa, paura, tenerezza e vergogna nello stesso respiro. E se lo fai bene, racconti un personaggio spezzato senza trasformarlo in una macchietta vittimistica.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Come uccidono le brave ragazze – stagione 2, episodio 6

  • Personaggio: Stanley

  • Attore/Attrice: Misia Butler

  • Stagione/Episodio: Stagione 2, episodio 6

  • Minutaggio: 12:20–13:50

  • Durata monologo: 1 minuto e 30 secondi

  • Difficoltà: 8/10 — fragile, contraddittorio, mai melodrammatico

  • Emozioni chiave: paura, colpa, solitudine, speranza, vergogna

  • Adatto per: provini drama, young adult, ruoli vulnerabili, personaggi traumatizzati

  • Dove vederlo: Netflix; la seconda stagione è uscita il 27 maggio 2026, e Misia Butler interpreta Stanley Forbes.

Contesto essenziale

Nel sesto episodio di Come uccidono le brave ragazze, Stanley finalmente smette di essere solo un’ombra sospetta e racconta la sua verità. È il momento in cui il personaggio, fino a quel punto percepito come minaccia, si rivela invece un ragazzo cresciuto dentro un’eredità mostruosa che non ha scelto. Sta parlando con Pip in una situazione di forte tensione, e il monologo nasce da lì: non come autodifesa fredda, ma come tentativo quasi disperato di spiegarsi prima che sia troppo tardi. Questo è fondamentale per l’attore: Stanley non vuole fare scena, vuole essere capito. E più prova a spiegarsi, più lascia intravedere il bambino traumatizzato che c’è sotto. Anche la svolta dell’episodio ruota attorno alla scoperta che Jamie è vivo e che Stanley non è il carnefice che tutti immaginavano.

Testo del monologo

Jamie continuava a dire di non essere Layla. Avrei dovuto credergli. Fatico a fidarmi delle persone. Jamie ha detto anche di non sapere chi fosse Charles Brunswick, ma non potevo liberarlo. Mi dispiace tanto. Non potevo fare diversamente. Ero spaventato. Se chiamavo la polizia dovevo andare via. E… la vita qui mi piace. Essere Stanley. Ho degli amici adesso. Non riuscirei a ricominciare. Mi ucciderebbe. Mi sono assicurato che stesse comodo. Gli ho fatto compagnia. Abbiamo parlato di tutto. Di suo fratello, della ragazza che gli piace, Nat.

Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.

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È un gran casino ma… credo che saremmo potuti essere amici. Era d’accordo. Finché non avessimo trovato Layla e non fossi stato sicuro che Jamie non costituisse una minaccia doveva restare. Volevo davvero trovare Layla, quindi sapevo che Jamie mi stava dicendo la verità su tutto. Ho anche pensato che fossi tu. Io lo so qual è il suo scopo. Sta cercando il piccolo Brunswick. Vuole vedermi morto. Tante persone vogliono vedermi morto. Ho vissuto ogni giorno a guardarmi le spalle, nell’attesa che qualcuno mi trovasse. Vorrei solo avere… una vita tranquilla in fondo. E farne… qualcosa di buono. Perché la cosa peggiore che potrebbe capitarmi è somigliare a mio padre.

Note di recitazione riga per riga

“Jamie continuava a dire di non essere Layla. Avrei dovuto credergli.”: attacca basso, quasi senza fiato; non partire già emotivo. Su “avrei dovuto” lascia entrare il rimorso con una micro-pausa, come se il pensiero gli facesse male mentre lo dice.

“Fatico a fidarmi delle persone.”: qui non serve spiegare, serve confessare. Sguardo che si abbassa un secondo, spalle leggermente chiuse; non cercare la compassione dell’altro, Stanley sta ammettendo una ferita.

“Jamie ha detto anche di non sapere chi fosse Charles Brunswick, ma non potevo liberarlo.”: alza appena il ritmo su “non potevo”, come chi si difende da un giudizio che sente arrivare. Attenzione a non irrigidirti troppo: è una giustificazione che gli pesa, non una linea da avvocato.

“Mi dispiace tanto. Non potevo fare diversamente. Ero spaventato.”: tre frasi, tre gradini emotivi. La prima quasi sussurrata; la seconda più secca, come se cercasse un appiglio logico; la terza da lasciare nuda, con un’esitazione sincera prima di “spaventato”.

“Se chiamavo la polizia dovevo andare via. E… la vita qui mi piace. Essere Stanley.”: su “E…” fai una pausa visibile, perché lì cambia il cuore del discorso. Non è più solo il fatto, è l’identità. “Essere Stanley” va detto piano, con una specie di pudore: è il nome di una vita normale che lui teme di perdere.

“Ho degli amici adesso. Non riuscirei a ricominciare. Mi ucciderebbe.”: qui il rischio è strafare. Io andrei invece sul minimo: un sorriso piccolo e subito spento su “ho degli amici adesso”, poi una chiusura netta del volto. “Mi ucciderebbe” non è iperbole teatrale: dillo come una constatazione privata.

“Mi sono assicurato che stesse comodo. Gli ho fatto compagnia.”: questo passaggio è delicatissimo. Non recitarlo da creepy, sarebbe l’errore più comune. Stanley, nella sua testa, sta raccontando un gesto quasi premuroso; proprio questa normalità storta rende la battuta inquieta e umana insieme.

“Abbiamo parlato di tutto. Di suo fratello, della ragazza che gli piace, Nat.”: qui entra un barlume di quotidiano. Rallenta sui dettagli concreti, come se per un attimo ricordarli lo rassicurasse davvero. Occhi che si spostano lateralmente, come a rivedere quelle conversazioni.

“È un gran casino ma… credo che saremmo potuti essere amici.”: pausa sui puntini, lunga il giusto. Mezzo sorriso che nasce e si spegne. È forse la battuta più dolorosa del pezzo, perché contiene una possibilità di vita normale mai realizzata.

“Era d’accordo.”: non caricarla troppo. Quasi difensiva, quasi infantile. Come un ragazzino che vuole convincerti che non stava facendo male a nessuno.

“Finché non avessimo trovato Layla e non fossi stato sicuro che Jamie non

costituisse una minaccia doveva restare.”: qui rimetti ordine mentale. Tono più razionale, quasi costruito. Il corpo può irrigidirsi un po’, come se Stanley si rifugiasse nella logica per non crollare.

“Volevo davvero trovare Layla, quindi sapevo che Jamie mi stava dicendo la verità su tutto. Ho anche pensato che fossi tu.”: la prima frase deve uscire rapida, con urgenza. Poi fermati bene prima di “Ho anche pensato che fossi tu”: guarda l’interlocutore, fallo atterrare come una confessione scomoda, non come un’accusa.

“Io lo so qual è il suo scopo. Sta cercando il piccolo Brunswick. Vuole vedermi morto.”: qui compare il trauma. Lo sguardo si apre, torna la vigilanza. Non urlare: molto meglio far sentire che Stanley è abituato a vivere in allarme, come se questa paura gli fosse diventata domestica.

“Tante persone vogliono vedermi morto. Ho vissuto ogni giorno a guardarmi le spalle, nell’attesa che qualcuno mi trovasse.”: usa il corpo. Piccola rotazione del busto, come se davvero ascoltasse alle spalle. Su “ogni giorno” rallenta appena: lì c’è il peso del tempo, non solo della paura.

“Vorrei solo avere… una vita tranquilla in fondo. E farne… qualcosa di buono.”: questo è il centro emotivo del monologo. Le pause qui devono sembrare pensieri che fanno fatica a uscire, non “pause d’attore”. Stanley non sa chiedere molto: vuole pochissimo, e proprio per questo fa male.

“Perché la cosa peggiore che potrebbe capitarmi è somigliare a mio padre.”: chiusura netta, senza lacrima obbligatoria. Tieni lo sguardo fermo o addirittura vuoto. Questa frase non va “spiegata”: va lasciata cadere come una sentenza che lui si porta dentro da sempre.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché non chiede all’attore di essere simpatico, ma comprensibile. E c’è una bella differenza. Stanley non è innocente in senso pulito, non è il classico agnello sacrificato: ha fatto qualcosa di grave, ha preso decisioni sbagliate, ha tenuto Jamie con sé. Però dentro la scena non parla come un manipolatore, parla come qualcuno che ha deformato il bene sotto il peso della paura.

Il cuore di questa scena sta tutto nella frizione tra due bisogni: salvarsi e diventare una persona decente. Stanley vuole proteggere la vita che si è costruito, ma nello stesso tempo vuole essere diverso dal padre. Quindi l’attore deve stare sempre in quella contraddizione: non “sono buono”, ma “sto cercando disperatamente di non diventare mostruoso”.

L’errore più comune sarebbe fare Stanley come un puro fragile, quasi angelico. No. C’è anche qualcosa di disturbato, di socialmente storto, di irrisolto. Ma attenzione a non cadere nella trappola opposta, cioè giocarlo da inquietante psicologico per tutta la scena. Il punto chiave è che Stanley, qui, per la prima volta sembra un ragazzo che vorrebbe solo essere lasciato in pace. Un ragazzo cresciuto male, ma non cattivo per natura. E proprio questa linea sottile lo rende un ottimo pezzo da provino.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • provini per ruoli young adult complessi

  • personaggi maschili vulnerabili ma ambigui

  • scene drama psicologiche con trauma e sottotesto

  • self tape in cui vuoi mostrare ascolto, rottura e verità

Evitalo se:

  • cerchi un monologo brillante o ritmato

  • hai bisogno di un pezzo immediatamente “simpatico”

  • il casting richiede forte trasformazione esterna o energia dominante

Si abbina bene con: un secondo monologo più assertivo o rabbioso, per esempio un pezzo in cui il personaggio reagisce invece di giustificarsi. Il contrasto funziona molto bene.

Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa: Stanley non chiede assoluzione, chiede di non essere confuso con il male da cui proviene. Ed è lì che il monologo prende vita. Se trovi quel punto, non hai solo un bel testo: hai un personaggio che respira.

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