Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Ci sono personaggi che dominano una tragedia con i loro monologhi più celebri, e poi ci sono personaggi che sembrano restare ai margini finché, all’improvviso, esplodono davanti a noi e cambiano il senso di tutto. Ofelia è esattamente questo in Amleto di William Shakespeare. Non ha il peso verbale del principe di Danimarca, non ha il potere di Claudio, non ha l’energia vendicativa di Laerte.
Eppure, quando arriva la sua crisi nell’Atto 4, scena 5, Shakespeare ci consegna uno dei momenti più devastanti dell’intera opera. Non soltanto perché Ofelia è impazzita, ma perché la sua follia parla più lucidamente della ragione di tutti gli altri.
Per capire davvero questo monologo, bisogna partire da un punto semplice: Ofelia non è solo una giovane donna fragile travolta dagli eventi. È il luogo in cui Amleto mostra il costo umano della violenza politica, del controllo patriarcale e della disgregazione morale della corte di Danimarca. La sua voce spezzata, fatta di canzoni, immagini funerarie, allusioni erotiche e frammenti di senso, non è un incidente emotivo. È la forma che assume una verità troppo dolorosa per essere detta in modo lineare.
La crisi di Ofelia - “Amleto” (Atto 4, scena 5)
Dov’è la bella maestà di Danimarca?
Come potrei conoscere il tuo vero amore
da un altro?
Dal suo cappello a galletto e dal suo bastone,
e dal suo cucchiaio di sabbia.
Dici? No, ti prego, segna.
È morto e se n’è andato, signora,
è morto e se n’è andato;
alla sua testa un tappeto erboso verde,
ai suoi talloni una pietra.
Prega tu, guarda.
Bianco il suo sudario come la neve della montagna,-
Ricoperto di dolci fiori
che pianto alla tomba è andato
con docce di vero amore.
Bene, Dio ti protegga! Dicono che la civetta era la figlia di un fornaio. Signore, noi sappiamo cosa siamo, ma non sappiamo
che cosa possiamo essere. Dio sia alla tua tavola!
Prega, non facciamo parole di questo; ma quando ti
chiedono cosa significa, dì questo:
Domani è il giorno di San Valentino,
tutta la mattina di buon ora,
e io una cameriera alla tua finestra,
per essere il tuo Valentino.
Allora si alzò, si vestì,
e aprì la porta della camera;
fece entrare la cameriera, che mai più uscì da una cameriera
.
Infatti, la, senza giuramento, la finirò:
Per Gis e per Santa Carità,
Al riparo, e guai a chi si vergogna!
I giovani lo faranno, se ci arrivano;
Per il cazzo, è colpa loro.
Disse lei, prima che tu mi facessi cadere,
Mi avevi promesso di sposarti.
Così avrei fatto, per quel sole,
se tu non fossi venuto nel mio letto.
Spero che tutto andrà bene. Dobbiamo essere pazienti; ma io non posso che piangere al pensiero che lo mettano nella fredda terra. Mio fratello lo saprà:
e perciò vi ringrazio del vostro buon consiglio. Venite, mia carrozza! Buona notte, signore; buona notte, dolci signore;
buona notte, buona notte.

Nella tragedia, Ofelia è figlia di Polonio, consigliere del re, e sorella di Laerte. Ama Amleto, o quantomeno è profondamente legata a lui, ma la sua vita non appartiene mai davvero a se stessa. Il padre la sorveglia, il fratello la ammonisce, la corte la usa, Amleto la respinge con crudeltà. In ogni sua apparizione prima della crisi, Ofelia è un personaggio sottoposto agli ordini altrui. Le viene detto come comportarsi, cosa pensare dell’amore, come leggere i gesti di Amleto. Non è libera nemmeno nei sentimenti. E qui arriviamo al punto cruciale: quando Ofelia impazzisce, per la prima volta parla senza filtro. Ma il prezzo della sua libertà è la distruzione.
La trama di Amleto porta lentamente a questo punto. Il principe torna in Danimarca dopo la morte del padre e scopre che la madre, Gertrude, ha sposato in fretta Claudio, fratello del re defunto. Quando il fantasma del padre gli rivela di essere stato assassinato proprio da Claudio, Amleto entra in una spirale di dubbio, vendetta e finzione. Simula la follia, mette in scena trappole verbali, ferisce chi gli sta vicino, e nel caos generale finisce per uccidere Polonio quasi per errore, scambiandolo per il re. Questo è il colpo decisivo per Ofelia. Suo padre è morto, ucciso dall’uomo che amava; suo fratello è lontano; il potere di corte, che avrebbe dovuto proteggerla, è un luogo corrotto e ostile. Lei resta sola dentro un mondo che le ha chiesto obbedienza e in cambio le ha restituito solo perdita.
Clicca qui per leggere il celebre monologo "Essere o non essere di Amleto".
Il monologo della crisi è sconvolgente proprio perché non procede come un discorso ordinato. Ofelia entra in scena cantando e alterna immagini apparentemente sconnesse. Chiede: “Dov’è la bella maestà di Danimarca?”, poi passa a una canzone funebre, poi a una ballata di San Valentino, poi a frasi proverbiali, poi di nuovo a un lamento. Questo andamento frammentario non va letto come puro disordine. Io credo che Shakespeare costruisca una follia piena di nuclei tematici precisissimi: il lutto per il padre, la delusione amorosa, l’ossessione per la sessualità femminile, il tradimento maschile, la morte, e infine la trasformazione dell’identità.
La prima parte del brano è segnata dalla morte. “È morto e se n’è andato” è una formula semplice, quasi infantile, ma proprio per questo ancora più crudele. Ofelia sembra cantare una nenia funebre, come se cercasse di rendere sopportabile l’insopportabile attraverso il ritmo. Il padre non è più una figura politica o familiare definita: diventa un corpo sepolto, una testa coperta d’erba, piedi sotto una pietra. L’immagine è concreta, terrena, quasi brutale. La morte non è astratta, non è filosofica come spesso in Amleto. È fisica. È fredda terra. È decomposizione. E Ofelia, che non ha gli strumenti intellettuali del principe per trasformare il lutto in pensiero, lo trasforma in canto.
Ma dentro quel canto c’è anche altro. C’è l’amore perduto. La domanda “Come potrei conoscere il tuo vero amore da un altro?” apre il problema dell’identità affettiva. Chi è davvero l’amato? Come si distingue il vero dal falso? Nel mondo di Amleto, questa è una domanda centrale. Tutti fingono, tutti mentono, tutti recitano un ruolo. Amleto stesso inscena la follia. Claudio inscena il potere legittimo. Polonio inscena la saggezza. Gertrude inscena una continuità di corte che in realtà è già marcia. Ofelia, nel suo delirio, intercetta il cuore dell’opera: non sappiamo più riconoscere la verità del sentimento dentro una realtà fatta di apparenze.
Se ti interessa la sfumatura di amore perduto e di crescita, il monologo teatrale di Nora da "Casa di Bambole.
Subito dopo, però, il monologo prende una piega ancora più disturbante con la canzone di San Valentino. Qui la crisi di Ofelia si intreccia chiaramente alla sessualità e al tema dell’onore femminile. La ragazza racconta di una cameriera che entra vergine dalla finestra dell’amato e non esce più vergine. Il tono sembra popolare, quasi da filastrocca oscena, ma il contenuto è amarissimo: l’amore promesso si trasforma in seduzione, possesso, perdita irreversibile. L’uomo ha promesso matrimonio, ma il rapporto sessuale precede o sostituisce l’impegno. Questo è uno dei punti più spietati del monologo, perché Shakespeare lascia affiorare tutto ciò che nella vita di Ofelia era stato represso. Non sappiamo se il canto parli direttamente di lei e Amleto o se evochi in forma allusiva una condizione femminile più generale. Ma proprio questa ambiguità lo rende potente: la ferita privata di Ofelia si allarga fino a diventare una denuncia del modo in cui la donna viene desiderata, giudicata e poi abbandonata.
C’è poi un dettaglio decisivo: Ofelia non parla mai in modo teorico. Non costruisce un discorso sulla condizione femminile, non formula accuse sistematiche. Fa qualcosa di più tragico e più teatrale: lascia emergere immagini, formule, proverbi, superstizioni, allusioni. “Noi sappiamo cosa siamo, ma non sappiamo che cosa possiamo essere”: è una frase che sembra venire da un abisso improvviso di consapevolezza. In mezzo al delirio, Ofelia tocca un punto filosofico enorme. L’identità non è stabile. L’essere umano contiene possibilità che sfuggono al controllo. Lei, che fino a poco prima era la figlia obbediente e la giovane innamorata, ora è altro: creatura marginale, veggente involontaria, corpo attraversato dal trauma. E forse la frase vale anche per tutta la tragedia. Nessuno, in Amleto, sa davvero in cosa può trasformarsi quando il dolore, il sospetto e la vendetta prendono il sopravvento.
CONSULTA QUI LA NOSTRA RACCOLTA DEFINITIVA DI MONOLOGHI DI SHAKESPEARE!
Raccolta di monologhi teatrali maschili e femminili di Shakespeare

Il personaggio di Ofelia, a questo punto, smette di essere solo “la ragazza di Amleto”, definizione riduttiva che spesso pesa sulle letture più superficiali. Lei è il personaggio che mostra cosa accade a chi non ha potere in un dramma dominato dagli uomini e dalla politica. Amleto può filosofeggiare, procrastinare, mettere alla prova il re, viaggiare, tornare. Laerte può ribellarsi e impugnare la vendetta. Claudio può manipolare la corte. Polonio può spiare e comandare. Ofelia no. Ofelia assorbe. Obbedisce. Subisce. E infine crolla. La sua follia non nasce da una debolezza astratta, ma da una posizione concreta di vulnerabilità. Shakespeare non la trasforma in un simbolo vuoto: la rende il prodotto di una struttura di potere che la schiaccia.
Per questo il suo monologo ha anche una funzione narrativa enorme. Dopo la morte di Polonio, la tragedia cambia temperatura. Fino a quel punto Amleto è soprattutto il dramma del dubbio, dell’indagine, della vendetta meditata. Con Ofelia entriamo in una zona più cupa e irreversibile: il dolore non è più soltanto pensato, è esploso nei corpi. Il suo delirio prepara il terreno al ritorno di Laerte, alla reazione rabbiosa contro Claudio, e in generale al precipitare finale degli eventi. C’è una scena che cambia tutto, ed è proprio questa: la corte si trova davanti una giovane donna che dice la verità senza più poterla controllare. Da quel momento, il dramma corre verso la rovina.
Un altro aspetto fondamentale è il rapporto tra la follia di Ofelia e quella di Amleto. Il contrasto è fortissimo. Amleto sceglie, almeno in parte, di fingersi folle; usa il disordine come strategia, come arma teatrale e politica. Ofelia invece non controlla nulla. La sua follia non è recita, è crollo autentico. Shakespeare sembra quasi mettere una accanto all’altra due versioni opposte della perdita di senno: quella maschile, ancora legata al linguaggio del potere e della volontà; e quella femminile, che passa attraverso il canto, il corpo, il lutto, la dissoluzione dell’io. Io credo che sia impossibile leggere la crisi di Ofelia senza vedere questo contrasto. Amleto può sempre rientrare nel suo ruolo di principe pensante; Ofelia viene risucchiata via.
VUOI CONSULTARE TUTTI I MONOLOGHI TEATRALI SUL NOSTRO BLOG? CONSULTA LA NOSTRA CATEGORIA!

Risorse esclusive, monologhi, masterclass gratuite e molto altro. Direttamente nella tua inbox.

Entra nella nostra Community Famiglia!
Recitazione Cinematografica: Scrivi la Tua Storia, Vivi il Tuo Sogno
Scopri Recitazione Cinematografica, il tuo rifugio nel mondo del cinema.
Una Community gratuita su WhatsApp di Attori e Maestranze del mondo cinematografico. Un blog dove attori emergenti e affermati si incontrano, si ispirano e crescono insieme.
Monologhi Cinematografici, Dialoghi, Trame, Classifiche, Interviste ad Attori, Registi e Professionisti del mondo del Cinema.
Formazione cinematografica online per attori e attrici. Ovunque tu sia.