Monologo di Via in Wonder: Analisi della Scena Teatrale e del Testo di Our Town

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Siamo nel terzo atto del film Wonder, quando Via partecipa allo spettacolo scolastico interpretando Emily, la protagonista di Our Town. Il monologo arriva nel finale della rappresentazione, quando Emily – ormai morta – osserva per un’ultima volta la vita che ha lasciato. In sé è un testo struggente, ma nella bocca di Via diventa un atto di consapevolezza, un momento in cui il personaggio dice molto più di quello che è scritto. È uno sfogo trattenuto, camuffato da teatro, ma che – in un film così pieno di silenzi familiari – si fa sentire forte e chiaro.

Monologo per la famiglia, e per il teatro

MINUTAGGIO: 1:20:44-1:22:36
RUOLO:  Olivia Pullman
ATTRICE:
Izabela Vidovic

DOVE: Netflix

Non posso. Non posso andare avanti. Va tutto così in fretta. Non abbiamo neanche il tempo di guardarci a vicenda. Non lo avevo capito. Succedeva tutto questo e non lo avevamo notato. Riportatermi là, sulla mia collina, alla mia tomba. Ma prima… Aspettate. Un ultimo sguardo. Addio, addio mondo. Addio Grover’s Corners. Mamma, papà, addio al ticchettio degli orologi. Al cinema, al caffè, ai bagni caldi, alla notte di sonno, agli splendidi risvegli. O Terra, sei troppo prodigiosa perché qualcuno ti comprenda. 

Wonder

Wonder” è un film del 2017 diretto da Stephen Chbosky, tratto dall’omonimo romanzo di R.J. Palacio. È una storia che ruota intorno a un bambino di dieci anni, August Pullman (interpretato da Jacob Tremblay), nato con una malformazione cranio-facciale chiamata disostosi mandibolo-facciale, che ha subito numerosi interventi chirurgici fin da piccolo. La sua storia inizia nel momento in cui affronta un cambiamento importante: entrare in prima media in una scuola pubblica, dopo essere stato istruito a casa per tutta l’infanzia. Il film ha una struttura piuttosto interessante perché non segue soltanto il punto di vista di Auggie. Alterna infatti più prospettive – quella di sua sorella, dei suoi amici, dei genitori – creando un effetto corale che allarga lo sguardo dalla semplice “storia di un bambino con una malattia” a qualcosa di più ramificato. Il punto di forza del film è proprio questo approccio: ogni personaggio ha un suo piccolo mondo, con traumi, gioie, gelosie, silenzi.

Auggie è un bambino intelligente, sensibile, con una passione per lo spazio e per le scienze (non a caso ha sempre in testa il casco da astronauta della NASA). Il suo arrivo a scuola è un evento traumatico per lui ma anche per l’ambiente che lo circonda. All’inizio viene deriso, evitato, osservato come una “presenza anomala, poi – con lentezza – alcuni cominciano a conoscerlo davvero.

Il primo contatto positivo arriva con Jack Will, un compagno che sembra volerlo includere. Ma la loro amicizia viene scossa quando Auggie scopre che Jack ha parlato male di lui alle spalle, per compiacere gli altri. La questione viene superata, ma lascia delle cicatrici emotive. È un momento chiave, perché rappresenta bene come il desiderio di essere accettati può portare anche le persone più buone a ferire qualcuno. Un personaggio fondamentale è Via, la sorella maggiore. La sua storia è raccontata con uno sguardo delicato e un po’ malinconico. Ha sempre vissuto all’ombra del fratello, ricevendo meno attenzioni dai genitori (interpretati da Julia Roberts e Owen Wilson), non per mancanza d’amore, ma perché le energie familiari sono state quasi sempre assorbite dalla gestione della salute di Auggie.

Via è una ragazza che si sente invisibile, ma non è mai vittima. Anzi, è uno dei personaggi più consapevoli e maturi. Il film si muove lungo la linea del bullismo, dell’inclusione e dell’identità, ma sempre con un registro misurato, mai davvero crudo. La scuola, col passare del tempo, cambia atteggiamento verso Auggie, soprattutto quando lui riesce a farsi notare per la sua intelligenza e la sua gentilezza. L’epilogo lo vede premiato alla cerimonia di fine anno scolastico, con un riconoscimento che sancisce simbolicamente la sua “accettazione” da parte della comunità scolastica.

Analisi Monologo

"Non posso. Non posso andare avanti. Va tutto così in fretta." Non si tratta solo della morte della Emily di Our Town, ma anche del senso di smarrimento che Via prova nella sua vita. Il tempo corre, le cose cambiano, e lei ha la sensazione di non avere il controllo. È un inizio emotivamente denso: la battuta appartiene al testo teatrale, ma in bocca a Via sembra parlare del momento presente della sua adolescenza. "Non abbiamo neanche il tempo di guardarci a vicenda." Questa frase colpisce in pieno il tema portante del film: l’attenzione verso l’altro. Via è una ragazza che si è sentita invisibile per gran parte della sua vita, perché le attenzioni erano sempre rivolte a suo fratello Auggie, per ragioni comprensibili ma comunque dolorose. Qui è come se dicesse: nessuno mi ha mai guardata davvero. Ma, allo stesso tempo, lei stessa si rende conto di non aver guardato abbastanza.

"Succedeva tutto questo e non lo avevamo notato."

L’illuminazione che Emily ha in Our Town, ma che in Wonder diventa il risveglio emotivo di Via. Le cose belle, quotidiane, banali, stavano accadendo, ma erano invisibili perché tutti – compresa lei – erano presi da pensieri, dolori o meccanismi di difesa. È un’ammissione di colpa universale: stavamo vivendo, ma non ce ne stavamo accorgendo. "Riportatemi là, sulla mia collina, alla mia tomba. Ma prima… Aspettate. Un ultimo sguardo." Questa parte ha un doppio livello: da un lato è il momento teatrale in cui il personaggio defunto vuole tornare al riposo eterno, dall’altro è Via che chiede di essere vista, ascoltata, forse per l’ultima volta prima di arrendersi completamente al silenzio. C’è qualcosa di disperato e tenero qui. Un addio non tanto alla vita, ma all’idea di essere compresi da chi ci circonda.

"Addio, addio mondo. Addio Grover’s Corners. Mamma, papà, addio al ticchettio degli orologi. Al cinema, al caffè, ai bagni caldi, alla notte di sonno, agli splendidi risvegli."

Sono gli oggetti semplici della vita che diventano sacri nel momento in cui si perdono. Ed è proprio la banalità che commuove: il suono dell’orologio, un bagno caldo, un risveglio senza fretta. Tutto ciò che diamo per scontato. Recitando queste parole, Via sembra per la prima volta riconoscere la bellezza nella sua vita, anche nei momenti che sembravano secondari. "O Terra, sei troppo prodigiosa perché qualcuno ti comprenda." Il monologo si chiude con una dichiarazione di amore e incomprensione. È un grido sottovoce: la vita è straordinaria, ma vivendola ci sfugge. Via – in quel momento – è ancora una ragazza che sta imparando a vedere. E proprio attraverso questo monologo riesce a comunicare ciò che non riesce a dire in famiglia o agli amici: quanto è difficile essere se stessi quando nessuno si accorge che ci sei.

Conclusione

Il monologo di Via nello spettacolo scolastico è un punto di svolta. È il momento in cui il teatro diventa specchio della sua vita, in cui un personaggio fittizio le permette di esprimere ciò che le parole quotidiane non riescono a contenere. In un film come Wonder, dove i personaggi parlano spesso attraverso sguardi, gesti o silenzi, questa scena è una vera confessione pubblica mascherata da performance.

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