Dialogo Clark e Mary in Backrooms: far disegnare un cane a chi non ne ha mai visto uno

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Articolo a cura di...

~ La redazione di RC

Dialogo tra Clark e Mary in Backrooms: come far disegnare un cane a chi non ne ha mai visto uno

Questa è una scena fondamentale perché fa una cosa difficilissima da scrivere e ancora più difficile da recitare. Deve introdurre l’assurdo senza rompere la credibilità. Clark entra nello studio di Mary con l’aria di uno che ha visto qualcosa di troppo grande e sa già che nessuno gli crederà. Lei, invece, deve ascoltare senza cedere subito né al panico né alla condiscendenza. Per un attore, è una scena preziosa perché lavora tutta sul confine tra confessione, allarme, sfida e bisogno disperato di essere riconosciuti.

In Backrooms, Clark di Chiwetel Ejiofor arriva nel momento in cui il mistero non è ancora diventato orrore aperto, ma ha già cominciato a mangiargli il sonno, il corpo e la fiducia negli altri. Mary, interpretata da Renate Reinsve, è ancora nel ruolo della terapeuta che prova a decifrare se sta ascoltando un delirio, una richiesta d’aiuto o una verità impossibile. Ed è proprio questa incertezza a rendere il dialogo così forte.

Il dialogo

Clark: Chiwetel Ejiofor

Mary: Renate Reinsve

Clark: Scusi il ritardo. C'era un gran traffico, non potevo lasciare il negozio.

Mary: Usiamo il tempo che ci resta. Prego. Clark, come sta oggi? 

Clark: Secondo lei. 

Mary: Bene, un po' stanco forse 

Clark: Ho l’aspetto orribile. 

Mary: Posso chiedere, non c'è una risposta sbagliata qui, lo sa? 
È sotto l'effetto di sostanze 

Clark: Perché lo dice così? 

Mary: Così come? 

Clark: Non bevo da venerdì scorso. Sarà per questo che mi vede così. 
Posso chiedere una cosa anch'io? 

Mary: Certo. 

Clark: Ha mai fatto internare qualcuno? 


Mary: Nel corso degli anni è successo quando è stato necessario. 

Clark: Cosa, che cosa rende necessario? 

Mary: Se Ritengo che la persona sia un pericolo per sé o per gli altri o se incapace di intendere o di volere. 

Clark: Ok. Ok. Ho trovato qualcosa in negozio. 

Mary: Va bene. Cosa ha trovato? 

Clark: Un posto… Ho trovato un posto. 

Mary: Un posto? 

Clark: Sì, è come se… è come se il negozio fosse… Come se continuasse, direi. Cioè c'è un muro e dall'altra parte il negozio va avanti, continua è come una copia di se stesso, forse usano degli specchi per nascondere l'entrata, non lo so. 

Mary: Scusi, non riesco a seguirla, E’ una stanza di cui non conosceva l'esistenza. 

Clark: No, mi spiego, una volta entrati all'inizio sembrano solo degli uffici, come un enorme edificio pieno di uffici capisce? E poi… e poi vai avanti e ti rendi conto che quel posto non ha alcun senso. È come se se descrivesse se un cane a qualcuno che non ha mai visto uno e poi gli chiedesse di disegnarlo. Forse ne coglierebbe alcuni tratti, ma non riuscirebbe a disegnarlo perfettamente no? i dettagli fanno la differenza per cui da lontano magari sembra un cane sì, ma quando ti avvicini… Perché mi guarda in quel modo? 



Pausa veloce: il dialogo continua subito dopo.

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Continua...

Mary: Sto solo cercando di capire. 

Clark: Sa per essere una psicologa è una pessima bugiarda. 

Mary: Quello che ha appena descritto sembra surreale, ma non pericoloso. Ci sono altre persone in questi uffici? 

Clark: Non ho visto nessuno, si sentivano dei passi dei rumori, degli oggetti che venivano spostati mentre guardavo altrove. Lo so che sembra assurdo, ma deve capire che è un posto enorme enorme come la rete metropolitana di New York potrebbero esserci centinaia di persone che non ho ancora visto. 

Mostra la mappa che sta realizzando. 

Clark: Vede? Come un labirinto che va avanti, avanti, avanti. A volte ho paura di perdermi.

Mary: Secondo lei, come mai nessun altro l'ha trovato? 

Clark: Io io non lo so se… si entra dal seminterrato, quindi magari tutta la struttura è sotterranea credo non è su nessuna mappa le entrate sono nascoste, quindi… a chi verrebbe in mente

Mary: Non sto dicendo che non le credo, ma come ha ammesso lei stesso, non beve da venerdì.
Crede che ci sia la possibilità. 

Clark: Certo… 

Se ne va.

Mary: Clark, se è vero…

Clark: No, tornerò da lei con delle prove e mi dovrà delle scuse grosse come una casa. 

Il contesto emotivo della scena

Questa scena arriva in un punto in cui Clark è già fuori asse. Non serve sapere tutto il resto della trama di Backrooms per capirlo: basta il modo in cui entra. È in ritardo, stanco, disfatto, agitato, e si presenta con una giustificazione quasi automatica: “C’era un gran traffico, non potevo lasciare il negozio.” Sembra una frase normale, ma il corpo della scena dice altro. Clark non è solo in ritardo. È già occupato da qualcosa.

Mary, invece, è ancora in una posizione di ascolto professionale. Ma si sente che il suo ascolto non è neutro: osserva il volto, il corpo, i segnali di possibile alterazione. Il punto chiave è che, in questa fase, lei non può sapere se Clark stia finalmente nominando qualcosa di vero oppure stia costruendo una forma nuova del proprio collasso. Per questo il dialogo è così interessante: non chiede agli attori di scegliere subito una verità, ma di stare nella frizione tra più possibilità.

L’ingresso di Clark: corpo sfatto e aggressività difensiva

Il dialogo comincia in modo quasi dimesso, ma con una tensione già molto visibile:

“Scusi il ritardo. C’era un gran traffico, non potevo lasciare il negozio.”
“Secondo lei.”
“Ho l’aspetto orribile.”

Clark entra e, prima ancora di raccontare le Backrooms, porta nella stanza il suo stato fisico. Questo è importante. La scena non parte dal mistero. Parte dal corpo. Mary lo vede male, e glielo fa capire con tatto. Quando chiede:

“È sotto l’effetto di sostanze?”

non sta accusando, sta testando il terreno. Ma Clark reagisce subito sul piano del tono, non del contenuto:

“Perché lo dice così?”

È una battuta piccola ma scritta bene, perché ci dice moltissimo del personaggio. Clark non sente solo la domanda. Sente il modo in cui la domanda lo colloca. Si percepisce osservato, classificato, forse già ridotto a caso clinico. E allora reagisce con quella forma di aggressività passiva che userà spesso nel film: non risponde davvero, sposta il discorso sul modo in cui l’altro parla.

Quando poi dice:

“Non bevo da venerdì scorso. Sarà per questo che mi vede così.”

la scena ci mette davanti a un dettaglio fondamentale: Clark vuole essere creduto, ma allo stesso tempo sa di essere il peggior testimone possibile di sé. La sua storia recente lo rende inattendibile agli occhi di Mary, e lui lo sa perfettamente. È qui che nasce la rabbia sotterranea del personaggio.

La domanda sull’internamento: Clark sta testando Mary

Una delle svolte più intelligenti del dialogo arriva molto presto:

“Posso chiedere una cosa anch’io? Ha mai fatto internare qualcuno?”

Questa battuta è fortissima perché cambia immediatamente il tavolo. Fino a quel momento Mary sembrava quella che osserva e valuta. All’improvviso capiamo che Clark sta facendo la stessa cosa con lei. La sta studiando. Vuole capire fino a che punto può esporsi, quanto è rischioso dire quello che sta per dire, se quella stanza è un luogo di aiuto oppure una trappola istituzionale.

La risposta di Mary è corretta, professionale:

“Nel corso degli anni è successo quando è stato necessario.”

Ma Clark non si accontenta. Va al nocciolo:

“Cosa rende necessario?”

Questo è il primo vero segno di paura nel personaggio. Non la paura delle Backrooms, ma la paura di essere invalidato. Di essere dichiarato incapace. Di vedere la propria scoperta trasformata in sintomo. Io credo che qui stia uno dei nervi più scoperti della scena: Clark non entra solo per raccontare una scoperta. Entra per capire se raccontarla gli costerà la libertà.

“Ho trovato un posto”: il momento in cui il linguaggio non basta più

Dopo aver sondato Mary, Clark arriva al punto:

“Ok. Ok. Ho trovato qualcosa in negozio.”
“Un posto… Ho trovato un posto.”

Mi piace molto che il testo non parta da una definizione precisa. Non dice “un portale”, “una dimensione”, “un’anomalia”. Dice “un posto”. È la parola più semplice possibile, e proprio per questo funziona. Clark sta cercando una lingua accessibile per dire una cosa che accessibile non è.

Quando prova a spiegarsi:

“È come se il negozio fosse… Come se continuasse, direi. Cioè c’è un muro e dall’altra parte il negozio va avanti, continua...”

si sente subito la difficoltà. Il pensiero inciampa. Il periodo si allunga e si corregge da solo. È una scrittura che rende bene l’esperienza di chi ha visto qualcosa che non riesce a tradurre in discorso lineare. E qui l’attore deve stare attento a una cosa: non deve “fare il confuso” in modo generico. Ogni esitazione ha un motivo preciso. Clark non è vago perché non sa cosa dire. È vago perché ha visto troppo e il linguaggio resta indietro.

Mary interviene cercando di riportare tutto a una misura comprensibile:

“È una stanza di cui non conosceva l’esistenza.”

È una riformulazione quasi clinica. Molto utile, molto ordinata, ma insufficiente. E Clark infatti reagisce subito, perché capisce che così la scoperta perde completamente la sua natura.

L’aneddoto del cane: la prima vera definizione delle Backrooms

Il cuore del dialogo arriva quando Clark prova a spiegare l’architettura del posto:

“È come se descrivesse un cane a qualcuno che non ha mai visto uno e poi gli chiedesse di disegnarlo.”

Questa immagine è splendida perché riesce a spiegare l’errore strutturale delle Backrooms senza usare parole astratte. Non dice solo che il luogo è strano. Dice che è una copia approssimativa del reale, una ricostruzione fatta cogliendo alcuni tratti e sbagliandone altri. E i dettagli, come lui stesso dice, fanno la differenza.

È una battuta importantissima anche per il personaggio. Clark, qui, è lucidissimo. Non è nel caos totale. Sta cercando una metafora esatta. Sta lavorando per avvicinare Mary alla propria esperienza. Per questo, quando poi si accorge dello sguardo di lei e chiede:

“Perché mi guarda?”

la battuta fa male. Perché capiamo che si sente già perso. Ha trovato la formula più chiara che aveva, e ancora non basta.

Mary risponde:

“Sto solo cercando di capire.”

Ma Clark la buca immediatamente:

“Sa, per essere una psicologa è una pessima bugiarda.”

E qui la scena cambia di nuovo. Perché Clark capisce che Mary non lo sta seguendo davvero fino in fondo. Lo ascolta, sì, ma con quel margine professionale che per lui ormai è insopportabile. Lui ha bisogno di riconoscimento pieno. Lei sta ancora trattenendo il dubbio.

Mary: tra prudenza clinica e incredulità

Mary in questa scena è scritta bene proprio perché non cede né alla credulità sciocca né al cinismo. Quando dice:

“Quello che ha appena descritto sembra surreale, ma non pericoloso.”

sta facendo una mossa precisa. Non convalida totalmente il racconto, ma neanche lo tratta come pura allucinazione. Tenta di continuare a lavorare sul piano della sicurezza, che è il suo mestiere. Il problema è che Clark non è venuto per essere solo contenuto.

È venuto per essere creduto.

Quando poi gli chiede:

“Ci sono altre persone in questi uffici?”

riporta il discorso alla realtà fattuale: altri individui, presenze, verificabilità. È una domanda sensata, ma la scena ci mostra che Clark è già oltre quel livello. Lui non sta più dicendo: “c’è una cosa strana”. Sta dicendo: “ho scoperto una logica del mondo che non so contenere”. Per questo le loro domande, per un po’, non si incontrano davvero.

La mappa: Clark cerca prove, ma ammette la paura

Un altro momento molto forte è quando Clark mostra la mappa:

“Vede? Come un labirinto che va avanti, avanti, avanti. A volte ho paura di perdermi.”

Qui il dialogo tocca il suo punto più umano. Perché fino a poco prima Clark sembrava quasi eccitato dalla scoperta, infastidito dall’incredulità di Mary, deciso a imporsi. Ma con quella frase: “A volte ho paura di perdermi”, la corazza si apre. Finalmente compare l’uomo sotto il testimone.

Ed è qui che Mary forse avrebbe potuto agganciarlo davvero, non tanto sul piano del contenuto oggettivo, ma su quello emotivo. Perché la frase non parla solo del luogo. Parla di lui. Perdersi nel labirinto significa perdersi mentalmente, perdersi nella propria ossessione, perdersi nella necessità di dimostrare qualcosa che nessuno vuole ascoltare.

Mary però sceglie un’altra strada e domanda:

“Secondo lei, come mai nessun altro l’ha trovato?”

È una domanda legittima, ma per Clark suona come un’ulteriore verifica di credibilità. Come se lei stesse ancora cercando il punto debole del racconto.

Il punto di rottura: Mary nomina l’alcol, Clark se ne va

La frattura finale arriva quando Mary dice:

“Non sto dicendo che non le credo, ma come ha ammesso lei stesso, non beve da venerdì. Crede che ci sia la possibilità…”

La frase resta quasi in sospeso, ma non serve completarla. Clark ha già capito. Il sospetto è lì: e se tutto questo fosse legato all’astinenza, alla psiche, a una distorsione percettiva?

La sua risposta:

“Certo…”

è corta, gelida, chiusa. Ed è bellissima proprio perché non esplode. Se ne va. E nel gesto di andarsene c’è tutto il suo orgoglio ferito. Non accetta di restare nella posizione del possibile paziente delirante.

L’ultima battuta chiude la scena in modo perfetto:

“No, tornerò da lei con delle prove e mi dovrà delle scuse grosse come una casa.”

Qui c’è tutto Clark. C’è il bambino ferito che vuole sentirsi finalmente riconosciuto. C’è l’uomo ossessivo che trasforma il bisogno di aiuto in missione probatoria. E c’è già, in nuce, la tragedia successiva: l’idea che la prova esterna risolverà il problema interno. Ma non sarà così.

Il punto chiave è che il dialogo non parla solo delle Backrooms. Parla di cosa succede quando un’esperienza estrema non trova una lingua condivisa. Clark vede qualcosa di reale ma non ha abbastanza credibilità per imporlo. Mary vuole restare sul terreno del verificabile ma, così facendo, manca il vissuto emotivo che Clark sta davvero mettendo in gioco.

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