Fortunata: Analisi del Monologo di Arturo sul Padre – Genova, Fuga e Disillusione

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Questo monologo di Arturo, interpretato da Stefano Accorsi nel film Fortunata, è una delle confessioni più dirette e dense di tutto il film. Arturo racconta un ricordo personale, ma lo fa con il tono di chi ha imparato a neutralizzare il dolore con l’ironia. Il risultato è un momento che dice molto di più di quanto sembri: ci parla di assenza, di fughe, di identità familiare svuotata, e soprattutto di cosa rimane — o non rimane — quando qualcuno se ne va per sempre, senza nemmeno dire addio.

Papà scappò

MINUTAGGIO: 1:00:00-1:01:28
RUOLO: Patrizio
ATTORE:
Stefano Accorsi
DOVE: Netflix


Io sono cresciuto lì, al porto. C’erano gli uffici della famiglia di mio padre. Era uno spedizioniere. Un giorno mio padre è partito per un carico e non è più tornato. Ci ha mollato a me, mia madre, i miei fratelli… Se n’è andato in Costa d’Avorio. Tre, quattro anni fa, stavo lavorando in Rwanda, ho preso un aereo e sono andato a cercarlo. Aveva aperto una bisca clandestina su una spiaggia piena di scimmie. Aveva le alette scure sugli occhiali da vista, sembrava un ex criminale di guerra scappato. Beveva, parlava francese, “mon fils, mon fils". Non si ricordava nemmeno come mi chiamavo. Quando stavo per andarmene gli ho detto: “Papà, ma cosa ti manca di Genova?” Gli si sono gonfiati gli occhi, ho pensato: “Adesso piange, adesso crolla…” “La farinata”, m’ha detto. Neanche a fanculo l’ho mandato. E a te piacerebbe partire?

Fortunata

Fortunata” è un film italiano del 2017 diretto da Sergio Castellitto e scritto da Margaret Mazzantini, ed è uno di quei racconti che si muove tra il realismo urbano e il desiderio irrazionale di riscatto personale. Non è un film perfetto, ma ha una forza che viene tutta dalla sua protagonista, interpretata da Jasmine Trinca, che qui regge praticamente ogni scena sulle spalle, col corpo e con la voce. Siamo a Roma, in una periferia che non viene mai addolcita dal filtro cinematografico. Niente nostalgia, niente romanticismo. C'è il traffico, il caldo, i palazzi grigi, il rumore costante.

E poi c’è Fortunata, una giovane madre che lavora come parrucchiera a domicilio. Gira per la città con una borsa piena di phon e prodotti, mentre cerca di mantenere un rapporto faticoso e logorante con l'ex marito, un uomo violento e ancora ossessivamente presente nella sua vita.

Fortunata vive in bilico tra la necessità e un’idea molto personale di libertà. Ha un sogno semplice e disperato: aprire un suo salone di bellezza. Ma attorno a lei ci sono continue frizioni. Il lavoro instabile, le pressioni familiari, le responsabilità verso la figlia Barbara, una bambina con dei bisogni emotivi enormi e spesso trascurati, e una città che sembra sempre chiedere e mai dare. La storia prende una svolta più interiore quando entra in scena Patrizio, uno psicologo infantile che ha il compito di seguire la piccola Barbara. Il rapporto tra Fortunata e Patrizio parte con una distanza quasi pregiudiziale, ma lentamente evolve in qualcosa che sta tra l’attrazione e una forma di rivelazione emotiva. È un incontro che la mette in crisi, perché la costringe a guardarsi, a rivedere le sue ferite, e a immaginarsi diversa.

Analisi Monologo

"Io sono cresciuto lì, al porto. C’erano gli uffici della famiglia di mio padre. Era uno spedizioniere." La frase iniziale posiziona Arturo nel suo luogo d’origine: Genova, il porto, luogo di arrivi e partenze, simbolo fisico del transito, del lavoro e dell’abbandono. Il porto, nella tradizione narrativa, è sempre un confine mobile — e qui rappresenta già il presagio della partenza paterna. "Un giorno mio padre è partito per un carico e non è più tornato." Il padre parte “per lavoro”, ma la sua scomparsa è definitiva. Il tono non lascia spazio a tragedie: è un fatto. Il padre ha scelto di non tornare. Nessuna morte, nessuna disgrazia. Solo una assenza deliberata, una fuga.

"Tre, quattro anni fa, stavo lavorando in Rwanda, ho preso un aereo e sono andato a cercarlo." La distanza temporale tra l’abbandono e la ricerca è abissale. Arturo è diventato adulto, ha una vita autonoma. Eppure qualcosa lo spinge a chiudere il cerchio, a cercare quel padre come si cerca un oggetto perduto: non per riaverlo, ma per sapere dov’è finito. La scelta del Rwanda e della Costa d’Avorio — luoghi remoti, quasi irreali nella memoria di un bambino genovese — rende il viaggio quasi mitico, come una discesa nel cuore oscuro della figura paterna.

"Aveva aperto una bisca clandestina su una spiaggia piena di scimmie. [...] sembrava un ex criminale di guerra scappato." Arturo usa l’ironia per difendersi. Parla del padre come di un personaggio grottesco, al limite del caricaturale, ma è un modo per non affrontare la delusione: ha trovato un uomo svuotato, decadente, dimentico. Un padre che non ricorda nemmeno il nome del figlio.

"Quando stavo per andarmene gli ho detto: 'Papà, ma cosa ti manca di Genova?' Gli si sono gonfiati gli occhi [...] 'La farinata', m’ha detto."

Arturo crede di aver finalmente toccato una corda profonda: “adesso piange, adesso crolla”. Invece il padre risponde con un ricordo gastronomico, banale, disarmante. È una delusione definitiva. In quel momento, Arturo capisce che non c'è redenzione, non c’è ritorno, non c’è nemmeno un affetto da recuperare. Solo farinata. "Neanche a fanculo l’ho mandato." Arturo non reagisce neanche con rabbia. Il gesto estremo è non reagire affatto. La freddezza non è controllo: è disillusione totale. Da qui si capisce il motivo per cui Arturo è così emotivamente trattenuto nel resto del film. "E a te piacerebbe partire?" La domanda finale, rivolta a Fortunata, ricollega il suo passato al presente. È un invito, ma anche un test. In quella domanda c'è tutta la paura di chi sa che partire può voler dire non tornare mai più, diventare qualcun altro, o svanire nel vuoto che hai lasciato.

Conclusione

È un racconto sul fallimento della figura paterna, sulla delusione come eredità emotiva, e sulla fatica di non diventare come chi ti ha fatto male. Arturo non ha scelto di abbandonare, ma vive costantemente con l’idea che qualsiasi partenza può trasformarsi in fuga, e ogni legame può diventare evanescente, o inutile, come il ricordo di una farinata.

È anche un monologo che parla di Fortunata, indirettamente: le sta dicendo “attenta a cosa insegui”. 

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