Monologo di Alice Harford in Eyes Wide Shut: l’incubo di piacere

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Monologo di Alice Harford da "Eyes Wide Shut": il racconto del sogno

Questo monologo di Alice Harford da Eyes Wide Shut sembra tutto giocato sul racconto di un sogno, ma in realtà chiede controllo, crudeltà, vergogna, desiderio e un sottotesto che cambia continuamente. Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri sensualità, rabbia e fragilità senza cadere nel melodramma, questo fa per te. Nicole Kidman qui non “spiega” solo un incubo: lo usa come un’arma.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Eyes Wide Shut

  • Personaggio: Alice Harford

  • Attore/Attrice: Nicole Kidman

  • Minutaggio: 1:33:00 - 1:38:00

  • Durata monologo: 3 minuti

  • Difficoltà: 9/10 — continua oscillazione tra confessione, erotismo, umiliazione, ferocia

  • Emozioni chiave: vergogna, desiderio, rabbia, lucidità, crudeltà

  • Adatto per: provini drammatici, ruoli psicologici, scene di conflitto di coppia, personaggi ambigui

  • Dove vederlo: a pagamento su Apple TV

Contesto essenziale

Per capire il monologo Alice Harford Eyes Wide Shut, basta sapere questo: Alice è la moglie di Bill Harford, e il loro rapporto è entrato in una zona opaca, fatta di desideri non detti, gelosia e fantasie che hanno già incrinato l’equilibrio della coppia. Poco prima di questa scena, Bill ha vissuto una notte segreta e disturbante, mentre Alice dorme e si agita nel sonno.

Quando lui torna a casa, la trova in preda agli incubi. Lei si sveglia e racconta un sogno erotico e violento, ma il punto non è stabilire se sia solo un sogno, una confessione indiretta o una forma di punizione. Il cuore della scena è che Alice prende la parola e costringe Bill ad ascoltare qualcosa che lo umilia profondamente. È qui che Nicole Kidman rende questo monologo da Eyes Wide Shut così utile per un’attrice: non è sfogo, è dominio emotivo.

Testo del monologo

Cose strane… sogno sempre cose strane. Noi… eravamo… in una città completamente deserta. E… i nostri vestiti erano scomparsi. Noi eravamo nudi. E… io ero terrorizzata. Ero… mi vergognavo tanto. Oddio. Ero… ero furiosa, perché credevo che fosse colpa tua. Allora tu… tu sei scappato via di corsa per andare a cercare i vestiti. Ma appena sei scomparso all’improvviso è cambiato tutto. Io… io stavo benissimo. Poi ero distesa… in un bellissimo giardino. Sdraiata sull’erba, nuda al sole. E un uomo è spuntato dal bosco. Era… era quell’uomo dell’albergo. Quello di cui ti ho parlato. Quel sottufficiale. Lui… ha cominciato a fissarmi. Si è messo a ridere. Rideva di me. Lui ha cominciato a baciarmi, e poi… e poi abbiamo fatto l’amore. C’era tanta gente intorno a noi. Tanta gente dappertutto, e tutti scopavano. Poi io… io scopavo con altri uomini. Con tanti uomini. Io non so nemmeno con quanti uomini ho scopato. Io sapevo che tu mi guardavi tra le braccia di tutti quegli uomini, proprio mentre li stavo scopando. Io… volevo renderti ridicolo. Riderti in faccia. E così ridevo. Ridevo forte. Più forte che potevo. Ed è stato allora che mi hai svegliata. 

Note di recitazione riga per riga

“Cose strane… sogno sempre cose strane”.: attacca piano, quasi ancora intontita; lascia un piccolo vuoto dopo “strane”, come se stessi verificando da dentro se vuoi davvero raccontarlo; sguardo non fisso sul partner, meglio leggermente perso.

“Noi… eravamo… in una città completamente deserta.”: spezza le pause senza farle diventare “effetto attrice”; qui il ritmo deve sembrare involontario, come un ricordo "che si ricompone; postura raccolta, spalle un po’ chiuse.

“E… i nostri vestiti erano scomparsi. Noi eravamo nudi.”: su “scomparsi” non sottolineare troppo; il vero colpo è “nudi”, da dire più nudo possibile, senza compiacimento; abbassa leggermente la voce.

“E… io ero terrorizzata. Ero… mi vergognavo tanto. Oddio.”: fai sentire il passaggio paura-vergogna; su “mi vergognavo tanto” rallenta e lascia una micro contrazione del viso, come se la memoria bruciasse ancora; “Oddio” non va gridato, va quasi espulso.

“Ero… ero furiosa, perché credevo che fosse colpa tua.”: qui entra Bill, anche se non parla; guarda finalmente il partner; “colpa tua” va appoggiato con precisione, senza urlare; attenzione a non giocarla solo da vittima, qui c’è già accusa.

“Allora tu… tu sei scappato via di corsa per andare a cercare i vestiti.”: il doppio “tu” è importante, usalo come dito puntato emotivo; puoi accompagnarlo con un accenno minimo del mento in avanti; ritmo leggermente più concreto, meno onirico.

“Ma appena sei scomparso all’improvviso è cambiato tutto.”: qui avviene la svolta; fai una pausa netta prima di “è cambiato tutto”; il corpo si apre appena, come se la tensione si sciogliesse; lascia entrare un sollievo quasi indecente.

“Io… io stavo benissimo.”: frase chiave. Non farla grande; più è semplice, più è feroce. Quasi un’ammissione che ti sorprende. Un mezzo sorriso appena accennato può funzionare, ma deve sparire subito.

“Poi ero distesa… in un bellissimo giardino. Sdraiata sull’erba, nuda al sole”: qui cambia la qualità sensoriale; il ritmo si allunga, il respiro si fa più pieno; non recitare il piacere, lascia che passi negli occhi e nelle spalle che si rilassano.

“E un uomo è spuntato dal bosco. Era… era quell’uomo dell’albergo. Quello di cui ti ho parlato. Quel sottufficiale”: all’inizio mantieni un tono quasi da scoperta, poi rendilo progressivamente più preciso; “quel sottufficiale” va detto come un dettaglio concreto che rende il sogno insopportabilmente reale.

“Lui… ha cominciato a fissarmi. Si è messo a ridere. Rideva di me”: qui non avere fretta; “rideva di me” va tenuto sospeso tra eccitazione e umiliazione; occhi bassi per un attimo, poi di nuovo sul partner.

“Lui ha cominciato a baciarmi, e poi… e poi abbiamo fatto l’amore”: attenzione alla trappola: non farlo erotico in modo esterno; il punto non è sedurre il pubblico; è ricordare una resa. Il secondo “e poi” deve suonare inevitabile.

“C’era tanta gente intorno a noi. Tanta gente dappertutto, e tutti scopavano”: qui il respiro si accorcia; aumenta leggermente il ritmo; “tanta gente” va duplicato con crescente vertigine, come se la scena diventasse troppo grande da contenere.

“Poi io… io scopavo con altri uomini. Con tanti uomini”: frase durissima. Non giocarla sporca o ammiccante. Dilla con una lucidità quasi spietata. Il corpo può restare fermo: è la calma che fa male.

“Io non so nemmeno con quanti uomini ho scopato”: qui entra una specie di smarrimento; lascia una pausa piccola prima di “nemmeno”; sguardo sfocato, come se il ricordo diventasse ingestibile.

“Io sapevo che tu mi guardavi tra le braccia di tutti quegli uomini, proprio mentre li stavo scopando”: questa è una coltellata. Guarda il partner quasi senza battere le palpebre; rallenta su “tu mi guardavi”; il resto può scendere più dritto, quasi crudele nella precisione.

“Io… volevo renderti ridicolo. Riderti in faccia”: qui il sottotesto smette di nascondersi; il tono si fa più netto, più freddo; “renderti ridicolo” è un’intenzione, non una confessione. Va detto come una verità che ti spaventa solo in parte.

“E così ridevo. Ridevo forte. Più forte che potevo”: non imitare una risata qui dentro se non sei sicura di saperla controllare; spesso basta prepararla nel respiro e nel volto. La progressione “ridevo / ridevo forte / più forte che potevo” deve diventare quasi ossessiva.

“Ed è stato allora che mi hai svegliata”: chiusura secca; togli quasi tutto; torna al piano della stanza, del presente. Proprio per questo la frase deve arrivare come un pavimento freddo dopo il delirio.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché chiede intensità e precisione psicologica. Il cuore di questa scena è il passaggio dalla vergogna al piacere, e dal piacere alla vendetta. Alice non sta semplicemente raccontando un sogno. Sta obbligando Bill ad ascoltare un desiderio che lo esclude e, peggio ancora, lo umilia.

Il punto chiave è che il sottotesto cambia di continuo. All’inizio sembra una donna scossa, quasi fragile. Poi entra il sollievo. Poi l’eccitazione. Poi qualcosa di molto più pericoloso: il gusto di immaginare il marito come spettatore impotente. È per questo che il monologo di Alice Harford da Eyes Wide Shut è così forte per un’attrice: dentro tre minuti ci sono molte traiettorie, non una sola.

Attenzione a non cadere nella trappola di farne una scena sexy: non lo è. È una scena di potere. Nicole Kidman in Eyes Wide Shut destabilizza. E l’altra trappola è strafare il sogno. Più il racconto sembra vero, concreto, quasi involontario, più funziona.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • provini per ruoli femminili complessi e ambigui

  • scene di coppia ad alto conflitto emotivo

  • personaggi borghesi con crepe interiori forti

  • selezioni in cui serve mostrare controllo, non solo intensità

Evitalo se:

  • cerchi un pezzo breve e immediato da self tape veloce

  • il contesto richiede leggerezza o comic timing

  • non hai ancora pieno controllo su pause e sottotesto erotico-aggressivo

Si abbina bene con: un secondo monologo più trattenuto e vulnerabile, per esempio un pezzo di confessione intima o perdita emotiva, così mostri contrasto.

Altri monologhi da Man on Fire

Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sul “sogno erotico” e più sul cambio di potere dentro la scena. Il vero salto arriva quando Alice smette di sembrare confusa e diventa lucidissima. Ed è lì che questo monologo da Eyes Wide Shut può davvero fare la differenza in provino.

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