Monologo di Antonio il Cacasotto coraggioso da “Eravamo Bambini”

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Articolo a cura di...

~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo di Antonio “Il cacasotto coraggioso” da "Eravamo Bambini"

Se stai cercando un monologo che ti permetta di mostrare fragilità, memoria, rabbia trattenuta e bisogno d’amore senza scivolare nel melodramma, questo pezzo fa per te. È una trappola perfetta per un attore: sulla carta sembra solo uno sfogo, ma in realtà ti chiede di reggere un equilibrio sottilissimo tra bambino ferito e uomo che vuole essere finalmente visto come coraggioso. Per un monologo maschile per provino, è materiale molto utile proprio perché lavora tutto sulle crepe.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Eravamo Bambini

  • Personaggio: Antonio

  • Attore/Attrice: Francesco Russo

  • Minutaggio: scena in stazione di polizia

  • Durata monologo: circa 2 minuti

  • Difficoltà: 8/10 — richiede fragilità vera senza pianto esibito

  • Emozioni chiave: vergogna, nostalgia, rabbia, bisogno d’amore, orgoglio

  • Adatto per: provini drammatici, ruoli fragili, personaggi traumatizzati, self tape intensi

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

Antonio, in Eravamo Bambini, è un uomo rimasto schiacciato dal trauma infantile e dall’etichetta che gli è stata appiccicata addosso: “cacasotto”. Questo monologo arriva quando finalmente, in stazione di polizia, smette di chiudersi e prova a dire chi è davvero. Non sta solo ricordando i genitori morti: sta combattendo contro l’immagine di sé costruita dagli altri. Il punto del contesto non è il mistero del film, ma la sua ferita. Antonio vuole essere riconosciuto come uno che ha resistito, non come uno che ha avuto paura. Per questo il monologo di Antonio da Eravamo Bambini funziona così bene anche fuori dalla scena: il conflitto è umano, chiaro, immediato.

Testo del monologo

Ma io sono coraggioso. Io sono sempre stato coraggioso. Tutta la vita. Ma che ti credi, che è facile perdere mamma e papà quando hai dodici anni, è? Non è facile. Papà mi difendeva sempre quando gli altri mi chiamavano: “Cacasotto”. Papà mi faceva pure un sacco di regali. Tu pensa che io a Natale c’avevo gli stessi giocattoli dei figli dei signori. E mamma me la ricordo che cantava le canzoni di Mina mentre cucinava la mattina. E lei non lo sa come sto garbato con la divisa da postino. Io avrei voluto raccontare a mamma e papà la prima volta che ho dato un bacio a Teresina. 

Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.

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Avrei voluto fargli vedere come guido bene la macchina. Che la patente io l’ho presa al primo colpo, al primo colpo l’ho presa. Gli vorrei fare vedere come mi sta bene il vestitino che m’ha regalato padre Gaetano per la cresima. E quando stavo in chiesa con le mani congiunte mi facevano tutti le foto, e io mi sentivo in colpa. Io mi sentivo in colpa perché io stavo in chiesa e pensavo che Dio era cattivo. Pensavo che Dio era cattivo!

Note di recitazione riga per riga

“Ma io sono coraggioso.”: attacca senza preparazione; non supplicare, rivendica. Tieni il busto leggermente in avanti, come se volessi correggere un’ingiustizia. Lo sguardo deve cercare conferma ma non implorarla.

“Io sono sempre stato coraggioso.”: qui non alzare troppo il volume. Meglio una ripetizione ostinata, quasi infantile. Piccolo cenno del capo, come uno che cerca di convincere prima sé stesso e poi l’altro.

“Tutta la vita.”: rallenta. Questa frase va isolata. Lasciale addosso il peso di una sentenza personale, non di uno slogan.

“Ma che ti credi, che è facile perdere mamma e papà quando hai dodici anni, è?”: cambia passo e lascia entrare una rabbia sporca. Non fare il pianto subito: pensa a un ricordo che brucia e ti fa reagire male. Sul “dodici anni” appoggiati bene, perché lì torna il bambino.

“Non è facile.”: abbassa il tono. Questa è la prima vera crepa. Dopo l’attacco, arriva una frase nuda. Può funzionare anche con un piccolo svuotamento del respiro.

“Papà mi difendeva sempre quando gli altri mi chiamavano: ‘Cacasotto’.”: su “Papà” addolcisci subito. Su “Cacasotto” non cercare effetto comico: dillo veloce, con vergogna antica, magari evitando per un attimo lo sguardo dell’interlocutore.

“Papà mi faceva pure un sacco di regali.”: qui entra un ricordo concreto. Lascia comparire un mezzo sorriso brevissimo. Non sentimentalizzare: è il dettaglio pratico che fa male.

“Tu pensa che io a Natale c’avevo gli stessi giocattoli dei figli dei signori.”: rendila quasi una confidenza orgogliosa. C’è un desiderio di dignità sociale in questa frase. Piccola apertura delle mani, come a mostrare qualcosa che ancora vedi.

“E mamma me la ricordo che cantava le canzoni di Mina mentre cucinava la mattina.”: questo è un passaggio visivo. Guarda da un lato, non fisso davanti. Come se la cucina comparisse davvero. Il ritmo qui deve farsi più morbido, più pieno di aria.

“E lei non lo sa come sto garbato con la divisa da postino.”: attenzione, qui c’è tenerezza ma anche dolore. Non dirla con ironia. È un figlio che vorrebbe essere visto dalla madre. Toccarti appena il petto o la giacca può aiutare, se non diventa manierismo.

“Io avrei voluto raccontare a mamma e papà la prima volta che ho dato un bacio a Teresina.”: lascia entrare l’imbarazzo. Un sorriso piccolo, subito ritirato. È importante che sembri un pensiero uscito da solo, non una battuta preparata.

“Avrei voluto fargli vedere come guido bene la macchina.”: qui torna l’orgoglio semplice delle piccole conquiste. Alza appena il mento. Antonio non sogna il successo: sogna di essere guardato con fierezza.

“Che la patente io l’ho presa al primo colpo, al primo colpo l’ho presa.”: la ripetizione non va decorata. È una fissazione emotiva. La seconda volta stringi leggermente il ritmo e marcala come se fosse una prova da esibire.

“Gli vorrei fare vedere come mi sta bene il vestitino che m’ha regalato padre Gaetano per la cresima.”: frase delicata, quasi pudica. Non sottolineare “vestitino” in modo caricaturale. Il punto è la cura, il desiderio di essere bello per qualcuno.

“E quando stavo in chiesa con le mani congiunte mi facevano tutti le foto, e io mi sentivo in colpa.”: qui entra il contrasto tra immagine esterna e verità interna. Tieni le mani più ferme, quasi a ricordare quella posa. Sul finale lascia calare lo sguardo.

“Io mi sentivo in colpa perché io stavo in chiesa e pensavo che Dio era cattivo.”: questa è la riga chiave. Non accelerare. Devi far sentire il conflitto tra educazione religiosa e ferita personale. Su “Dio” alza appena lo sguardo, non per fede ma per sfida.

“Pensavo che Dio era cattivo!”: ultima battuta da non urlare subito. Parti trattenuto e lascia che l’ultima parola si spezzi o si sporchi. L’errore più comune qui è farne un’esplosione generica. Meglio un’accusa vera, precisa, quasi scandalosa perché finalmente detta.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché non vive di grandi eventi, ma di dettagli minimi che aprono un abisso. Io credo che il cuore della scena sia tutto nel contrasto tra l’etichetta di “cacasotto” e il disperato bisogno di Antonio di essere riconosciuto come uno che ha resistito. Non sta chiedendo pietà. Sta chiedendo una revisione del giudizio.

Il punto chiave è che il testo non va interpretato come una semplice confessione triste. Dentro c’è orgoglio, c’è pudore, c’è perfino un modo quasi goffo di raccontare l’amore. I regali del padre, la madre che canta Mina, la patente presa al primo colpo: sono trofei minuscoli, ma per lui valgono tutto. Se l’attore non capisce questo, il pezzo si appiattisce nel vittimismo.

L’errore più comune sarebbe cercare il dramma “grosso”, il singhiozzo, la voce rotta continua. Invece il monologo Antonio Eravamo Bambini funziona quando fai sentire che Antonio si aggrappa a cose concrete per non crollare. In Eravamo Bambini, Francesco Russo regge proprio questo: la scena resta umana perché non spinge mai troppo. Per un’analisi monologo Eravamo Bambini, è lì che bisogna guardare.

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  • self tape in cui devi mostrare verità emotiva senza partner forte

  • provini da cinema realistico italiano

Evitalo se:

  • cerchi un pezzo brillante o ironico

  • devi sostenere un casting molto elegante o alto-borghese

  • hai poco controllo del dialetto o della semplicità quotidiana

Si abbina bene con: un secondo monologo più duro e lucido, magari di rabbia fredda, per mostrare contrasto.

Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sulle lacrime e più sul bisogno di essere finalmente creduto. Il vero nodo del monologo Antonio Eravamo Bambini non è il dolore: è la dignità.

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