Il monologo di Grace in \"Ti presento i suoceri\": la verità silenziosa sulla genitorialità

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Questo monologo arriva in un punto del film dove l’atmosfera in “Ti presento i suoceri” è meno incandescente. Dopo lo scoppio delle verità, dopo le accuse, i silenzi, le frasi dette a metà. Grace prende la parola in una scena più raccolta, più silenziosa, quasi intima. È una riflessione che non viene fuori come un confronto diretto, ma come una confessione. Un momento in cui lei si espone non per giustificarsi, ma per spiegare il senso di quello che significa essere genitori quando si è ancora, in fondo, figli irrisolti.

I figli all'improvviso sanno tutto

MINUTAGGIO: 1:10:11-1:11:11
RUOLO: Grace
ATTRICE:
Diane Keaton
DOVE: Netlflix



INGLESE

I always wondered why babies are born so helpless and why we get them when they can't do anything. And I always thought that was for us. So that we'd look back when they grew up, and be proud that we taught them everything that they knew. Because they didn't know anything. But it wasn't for us at all, was it? It's for them. It's to keep them from realizing that we don't know what we're doing for as long as possible. But you know what? They figure it out anyway.



ITALIANO

Mi sono sempre chiesta perché i bambini nascano così indifesi, e perché vengano al mondo quando ancora non sanno fare niente. E ho sempre pensato che lo facciamo per noi stessi; per guardarci indietro quando saranno grandi ed essere fieri di avergli insegnato tutto ciò che sappiamo quando loro non sapevano niente. Ma in realtà non lo facciamo per noi, giusto? Lo facciamo per loro. Per evitargli quanto più a lungo possibile di capire che anche noi non sappiamo quello che facciamo. Ma alla fine loro lo capiscono comunque. 

Ti presento i suoceri

Il film "Ti presento i suoceri" (titolo originale You People, 2023), diretto da Kenya Barris, gioca tutto sul cortocircuito emotivo e sociale che si crea quando due mondi – e due famiglie – si incontrano, o meglio, si scontrano. Ma attenzione: da qui in avanti lasciamo da parte l'approccio da commedia "leggera" e proviamo a guardare sotto la superficie, perché il film, pur con il suo tono brillante, mette a nudo parecchie tensioni e fragilità generazionali e affettive. Michelle e Allen stanno per sposarsi, ma sono chiaramente in fasi emotive diverse.

Lei è convinta, decisa, orientata verso il futuro. Lui è titubante, e non solo per paura dell’impegno: il suo disagio sembra derivare da un’intuizione di fondo. Qualcosa non torna. C’è una tensione che non si può spiegare solo con “nervosismo da matrimonio”.

La decisione di invitare i genitori a cena è, in apparenza, un tentativo di fare gruppo, di mettere insieme due famiglie che dovranno condividere una nuova storia comune. Ma sotto questa scelta si nasconde la speranza – o forse l’illusione – che una cena possa risolvere qualcosa che è già incrinato.

Ed ecco che arriva l’elemento che strappa il film dal binario classico della “family comedy” e lo butta dritto in una dinamica tragicomica da camera da letto:

Il padre di Michelle ha una relazione con la madre di Allen

Il padre di Allen ha una relazione con la madre di Michelle


È un incrocio quasi teatrale, che potremmo immaginare in una pièce di Harold Pinter o in una commedia degli equivoci di Feydeau, ma che qui prende la forma di uno scoppio improvviso e incontrollabile. Non è solo lo scandalo del tradimento. È l’assurdità dell’intreccio, la casualità impietosa con cui i ruoli familiari e affettivi si sovrappongono e collidono.

La cena, che doveva essere un momento di riconciliazione, diventa il detonatore. E da lì inizia il vero film.

Analisi Monologo

"Perché i bambini nascono così indifesi" La prima frase è una domanda che suona quasi filosofica. È un pensiero che potrebbe uscire da un personaggio di Bergman o da una poesia di Sylvia Plath. Grace si interroga sul senso biologico ed emotivo della fragilità infantile. Ma non è una domanda scientifica: è una porta d’accesso alla fragilità degli adulti. Il vero centro non sono i bambini, ma chi li cresce.

"Pensiamo di farlo per noi" Qui Grace smaschera un’illusione diffusa: l’idea che crescere un figlio sia un modo per sentirsi realizzati, per trasferire conoscenza, lasciare un’eredità. Dice che ci raccontiamo che tutto quel pazzo investimento emotivo – le notti insonni, le paure, i sensi di colpa – serva a costruire un futuro con un senso. E in parte è così. Ma non basta.

In questo passaggio c’è una autoaccusa molto lucida: ammette che in fondo, una parte del lavoro dei genitori è un tentativo – fallimentare – di nascondere la propria confusione, di far finta di avere tutto sotto controllo. Come se l’essere adulti significasse automaticamente sapere cosa fare.

"Alla fine loro lo capiscono comunque" Ed è con questa frase che il monologo atterra. Non c’è morale, non c’è redenzione. Solo una presa di coscienza. I figli prima o poi lo capiscono: che anche i genitori brancolano nel buio, che fanno errori, che spesso improvvisano. È un momento di disillusione che tutti sperimentano crescendo. Ma detto da Grace ha un peso diverso, perché non è un’ammissione di sconfitta, è un atto di onestà. È come se dicesse: “È così. Ma va bene così.”

Conclusione

Il monologo di Grace è una riflessione sul ruolo genitoriale svuotato dell’idealismo, ma non per questo meno potente. Parla del fatto che educare qualcuno non è trasmettere certezze, ma imparare a convivere con la propria incertezza davanti a chi cresce guardandoti come un faro. In un film dove le relazioni amorose vanno in crisi, questo monologo apre un’altra linea narrativa: quella dei genitori che fanno i conti con il proprio ruolo, non più centrale, non più salvifico, ma umano. Fragilmente umano.

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