Monologo di Joanne sulla conversione in Nobody Wants This 3

Articolo a cura di...

~ LUCA FERDINANDI

Il monologo di Joanne sulla conversione è il cuore dell'ultimo episodio di Nobody Wants This 3, Il grande tuffo. Nel giorno del mikveh, il bagno rituale che completa il suo ingresso nell'ebraismo, Joanne (Kristen Bell), davanti all'oceano, si rivolge a Noah e alla rabbina Eden e spiega perché si converte: non solo per lui, ma per sé stessa e per la famiglia che costruiranno. È un monologo femminile breve ed emotivo, adatto ad attrici tra i 30 e i 45 anni.

Scheda tecnica

  • Serie: Nobody Wants This
  • Anno: 2026
  • Personaggio: Joanne
  • Interprete: Kristen Bell
  • Stagione/episodio: stagione 3, episodio 10 – Il grande tuffo (The Plunge), regia di Richard Shepard, sceneggiatura di Erin Foster e Ryann Werner
  • Minutaggio: 17:10–18:30
  • Durata del monologo: circa 1 minuto e 20 secondi
  • Interlocutori: Noah (Adam Brody) e la rabbina Eden (Sarah Silverman)
  • Numero di battute: 13 unità di senso
  • Difficoltà: 7/10 – emozione vera senza retorica: è facile scivolare nel discorso solenne
  • Emozioni chiave: tenerezza, gratitudine, determinazione, una ferita antica
  • Adatto per: provini drammatici e romantici, self-tape in primo piano, ruoli di donne davanti a una scelta di vita
  • Età scenica consigliata: 30–45 anni
  • Grado di diffusione: basso (la stagione è uscita su Netflix il 22 ottobre 2026)
  • Dove vederlo: Netflix

Contesto: il giorno del mikveh

I genitori di Joanne e di Noah, con i piatti del dolce in mano, guardano sconvolti la scena nella casa sull'oceano in Nobody Wants This 3
Michael Hitchcock, Stephanie Faracy, Tovah Feldshuh e Paul Ben-Victor in Nobody Wants This, stagione 3 (2026) – © Netflix

Per tre stagioni la domanda è sempre stata la stessa: Joanne si convertirà? Nella prima stagione aveva detto di no, e con una frase che chi segue la serie ricorda bene: "l'avrei fatto soltanto per te". Nella seconda, grazie a Esther, aveva capito di essere già, nel modo di vivere, parte di quel mondo. Nella terza ha frequentato il corso di introduzione all'ebraismo con la rabbina Eden (Sarah Silverman), tra rivalità in classe, la futura suocera che voleva trasformarla nella moglie perfetta del rabbino e un ultimo Natale con la sua famiglia.

L'ultimo episodio è il giorno del mikveh, l'immersione rituale con cui si completa la conversione (per chi vuole approfondire, la voce Mikveh di Wikipedia). Le due famiglie sono riunite in una casa sull'oceano a Malibu e, come da tradizione della serie, tutto esplode: segreti che vengono a galla, Sasha e Morgan che non si parlano, genitori schierati gli uni contro gli altri. È la rabbina Eden a portare via Noah e Joanne e a celebrare il rito solo con loro, in riva al mare.

Ed è lì, davanti all'oceano, che Joanne dice la cosa più importante della stagione: parla a Noah, ma anche alla rabbina Eden, che l'ha accompagnata per tutto il percorso. Subito dopo il rito, i due si sposeranno lì, sulla spiaggia, senza invitati: come finisce lo raccontiamo nel finale spiegato di Nobody Wants This 3.

Testo del monologo di Joanne sulla conversione

Una cosa la voglio dire. Quando ho preso in considerazione l'idea, credevo di convertirmi per Noah. E poi ho riformulato che non lo facevo per Noah, ma a causa di Noah, e poi ho iniziato a volermi convertire per me stessa. Perché voglio vedere il mondo come lo vedi tu. Pronta a perdonare, lenta a giudicare. Trovando scopo e significato in posti che non avrei pensato. Ma… non mi sto convertendo solo per me o per te. Mi sto convertendo anche per la famiglia che noi costruiremo. Voglio che i nostri figli sappiano che sono parte di qualcosa… qualcosa più grande di loro. Anche della nostra famiglia. E che quando si sentiranno smarriti potranno avere queste tradizioni a guidarli. Io non ho avuto questo. E perciò lo scelgo. Per tutti noi.

(Nobody Wants This, stagione 3, episodio 10 Il grande tuffo, scritto da Erin Foster e Ryann Werner, regia di Richard Shepard – Netflix, 2026; versione italiana del doppiaggio)

Versione ridotta a 60 secondi

Per stare sotto il minuto si possono togliere il passaggio sul modo di vedere il mondo e l'inciso "Anche della nostra famiglia", e tenere la linea essenziale: per Noah, per me, per la famiglia.

Una cosa la voglio dire. Quando ho preso in considerazione l'idea, credevo di convertirmi per Noah. E poi ho riformulato che non lo facevo per Noah, ma a causa di Noah, e poi ho iniziato a volermi convertire per me stessa. Ma… non mi sto convertendo solo per me o per te. Mi sto convertendo anche per la famiglia che noi costruiremo. Voglio che i nostri figli sappiano che sono parte di qualcosa… qualcosa più grande di loro. E che quando si sentiranno smarriti potranno avere queste tradizioni a guidarli. Io non ho avuto questo. E perciò lo scelgo. Per tutti noi.

Cosa si perde: lo sguardo d'amore su Noah ("voglio vedere il mondo come lo vedi tu"), cioè il momento in cui la scelta religiosa e la scelta di coppia si toccano.

Cosa si guadagna: una progressione più netta, quasi a gradini, dal passato al futuro. E "Io non ho avuto questo" arriva prima, con più forza.

Note di recitazione riga per riga

"Una cosa la voglio dire."

Joanne si prende la parola, e non è da lei chiederla così. Di solito parla tanto e in fretta; qui annuncia che sta per dire qualcosa di importante. Respira prima di cominciare, cerca lo sguardo di chi hai davanti e aspetta che ti ascoltino. È una frase d'attacco, non di riscaldamento.

"Quando ho preso in considerazione l'idea, credevo di convertirmi per Noah."

Nota una cosa che il testo ti regala: Joanne parla di Noah in terza persona, anche se lui è lì. Una ragione possibile: non parla solo a lui: c'è anche la rabbina Eden, che l'ha guidata nel percorso di conversione. Usalo: puoi rivolgere queste prime battute a Eden, come se le raccontassi come ci sei arrivata, mentre Noah ascolta da un lato.

"E poi ho riformulato che non lo facevo per Noah, ma a causa di Noah, e poi ho iniziato a volermi convertire per me stessa."

È la frase più lunga e la più "pensata". "Per" e "a causa di" sono la distinzione su cui si regge tutto: dalle peso con una piccola sospensione, senza scandire come in un'interrogazione. La terza tappa, "per me stessa", è la conquista: lascia che si senta un filo di orgoglio, il primo sorriso del monologo.

"Perché voglio vedere il mondo come lo vedi tu."

Qui cambia tutto: per la prima volta Joanne dice "tu". Il passaggio dalla terza alla seconda persona è il momento in cui puoi lasciare Eden e girarti verso Noah. Non serve sottolinearlo con la voce: basta lo sguardo che si posa su di lui e resta.

"Pronta a perdonare, lenta a giudicare."

Due frasi senza verbo, quasi un ritratto di Noah. Joanne sta descrivendo l'uomo che ama e, insieme, la persona che vuole diventare. Dilla con ammirazione, non con solennità: è un complimento, non un precetto.

"Trovando scopo e significato in posti che non avrei pensato."

La frase può descrivere ancora lo sguardo di Noah, ma puoi leggerla come un pensiero su di sé: la Joanne cinica della prima stagione che scopre un senso dove non l'avrebbe mai cercato. Un velo di stupore, come chi ancora non si è abituata alla propria trasformazione.

"Ma… non mi sto convertendo solo per me o per te."

La svolta del monologo. Il "ma" con i puntini è un respiro: Joanne sta per dire la cosa che le fa più paura, perché parla di futuro. Fermati davvero, anche due secondi. Chi ascolta deve chiedersi dove vuole arrivare.

"Mi sto convertendo anche per la famiglia che noi costruiremo."

"Noi" è la parola su cui appoggiarsi. Qui Joanne parla di figli in modo diretto, quasi pratico, e la voce può abbassarsi, farsi più intima. Non è una dichiarazione programmatica: è una promessa detta a bassa voce.

"Voglio che i nostri figli sappiano che sono parte di qualcosa… qualcosa più grande di loro."

La ripetizione di "qualcosa" è un inciampo prezioso: Joanne cerca le parole per un'idea più grande di lei. Non correggerla, non renderla fluida. È proprio in quella esitazione che il pubblico crede alla sua emozione.

"Anche della nostra famiglia."

Un'aggiunta quasi sussurrata: le tradizioni sono più grandi persino della coppia e delle due famiglie, che per tutta la stagione si sono contese il matrimonio. Puoi lasciarla scivolare con un mezzo sorriso amaro, se nella tua lettura Joanne pensa proprio a loro.

"E che quando si sentiranno smarriti potranno avere queste tradizioni a guidarli."

Qui il monologo si apre verso il futuro e la voce può prendere luce. "Smarriti" è una parola che Joanne conosce bene: dilla con l'esperienza di chi lo è stata.

"Io non ho avuto questo."

La frase più breve e la più dolorosa. Dietro c'è tutta l'infanzia che Joanne racconta nella seconda stagione: tante scuole cambiate, una madre che diventava una persona diversa ogni anno. Non spiegarla. Dilla piano, e lascia che sia il silenzio dopo a raccontare il resto. Se senti salire la commozione, trattienila: è più forte se non la lasci uscire.

"E perciò lo scelgo. Per tutti noi."

La chiusa è una decisione, non un pianto. "Lo scelgo" va detto con fermezza, quasi con sollievo; "Per tutti noi" può tornare morbido, rivolto a Noah e al futuro insieme. Poi resta lì, sostieni lo sguardo. Il monologo finisce quando lui reagisce, non quando tu hai finito di parlare.

Tre varianti di intenzione

1. Se lo giochi come una promessa

Joanne parla a Noah come a un marito prima ancora del matrimonio. Il tono è tenero e sicuro, lo sguardo non lo lascia quasi mai. È la lettura più romantica e più vicina alla scena: funziona in un primo piano stretto, dove ogni piccola esitazione diventa visibile.

2. Se lo giochi come una confessione

Joanne ha bisogno di dirlo prima di tutto a sé stessa. Lo sguardo va spesso altrove, le pause sono più lunghe, "Io non ho avuto questo" diventa il centro di tutto. È la variante più drammatica: adatta a un provino che cerca profondità e un passato da far affiorare.

3. Se lo giochi come una scelta rivendicata

Joanne risponde, idealmente, a tutti quelli che per tre stagioni l'hanno giudicata: la comunità, Bina, perfino la sé stessa della prima stagione. Il tono è più fermo, "lo scelgo" è la parola chiave. Attenzione a non trasformarla in una polemica: la determinazione deve restare calda, mai rivolta contro Noah.

Perché questo monologo funziona

Te lo dico con sincerità: questo è il monologo più bello che Joanne abbia avuto in tre stagioni. E il motivo è semplice: chiude un cerchio che la serie ha aperto alla fine della prima stagione. Nella prima stagione Joanne non poteva convertirsi perché lo avrebbe fatto "soltanto per te". Qui riparte esattamente da lì, "credevo di convertirmi per Noah", e ne smonta il senso un gradino alla volta: per Noah, a causa di Noah, per me, per noi. È la costruzione di un personaggio che cresce, detta in un minuto e venti.

C'è poi un dettaglio di scrittura che chi recita deve notare: il monologo procede nel tempo. Comincia nel passato ("quando ho preso in considerazione l'idea"), passa al presente ("mi sto convertendo"), si apre al futuro ("la famiglia che noi costruiremo") e torna indietro di colpo, nell'infanzia, con "Io non ho avuto questo". Quel ritorno è il colpo al cuore. Ogni tempo verbale chiede un'energia diversa, e un'attrice che li distingue costruisce l'arco senza fatica.

Infine c'è la scelta di Kristen Bell, che è una lezione per chiunque. Joanne è un personaggio ironico, abituato a difendersi con la battuta. Qui non ne fa nemmeno una. La tentazione, ai provini, è recitare il "momento importante": voce impostata, occhi lucidi dall'inizio, musica immaginaria in sottofondo. Ai provini e in aula vedo spesso monologhi d'amore affondare così. Questo testo chiede l'opposto: semplicità, ascolto di chi hai davanti, l'emozione che arriva tardi, su una frase di cinque parole.

Il mio verdetto? Un monologo breve, pulito, con un arco completo e un sottotesto ricco. Il suo limite è che rende al massimo quando la commissione percepisce il peso delle tre stagioni: per questo nelle FAQ trovi come presentarlo a chi la serie non l'ha vista.

I monologhi di Joanne a confronto

Sul blog trovi altri due monologhi di Joanne, e messi in fila raccontano il suo percorso.

Il monologo di Kristen Bell nella prima stagione è il punto di partenza: Joanne dice a Noah che non può convertirsi, perché lo farebbe solo per lui. Questo è la sua risposta, tre stagioni dopo. Preparali entrambi e avrai lo stesso personaggio davanti alla stessa scelta, prima con un no e poi con un sì.

Il monologo di Joanne nell'episodio 8 della seconda stagione spiega da dove nasce "Io non ho avuto questo": l'infanzia instabile, il bisogno di normalità. Se lo studi prima, questa frase ti arriverà con tutto il suo peso.

Dalla stessa stagione trovi anche la proposta di matrimonio di Noah (episodio 4), il sì da cui parte tutto, e la dichiarazione di Morgan a Sasha (episodio 8), se cerchi un'altra voce femminile della serie.

Per quali provini è adatto

Joanne e Noah si baciano nella cucina della loro nuova casa in Nobody Wants This 3
Kristen Bell e Adam Brody in Nobody Wants This, stagione 3 (2026) – © Netflix

Funziona per:

  • Provini drammatici e romantici: mostra emozione sincera senza bisogno di lacrime né di conflitto.
  • Self-tape in primo piano: vive di sguardi e di piccoli passaggi (la terza persona che diventa "tu", la pausa dopo il "ma") che la camera legge benissimo.
  • Ruoli di donne davanti a una scelta di vita: matrimoni, maternità, cambi di paese o di identità, personaggi che decidono chi diventare.
  • Allenare il sottotesto: dietro ogni frase c'è una stagione intera, ottimo esercizio per costruire un passato al personaggio.

Evitalo se:

  • Il provino chiede comicità: qui non c'è una sola battuta.
  • Devi mostrare un conflitto aperto: qui non c'è nessuno da convincere, solo qualcuno da amare.
  • Fai fatica a stare nel silenzio: questo testo vive delle pause, e accelerarlo lo svuota.

Se stai preparando questo testo per un'audizione vera, trovi il metodo completo nella guida su come preparare un monologo per un provino in 7 giorni.

FAQ sul monologo di Joanne sulla conversione

In quale episodio di Nobody Wants This 3 c'è il monologo di Joanne sulla conversione?

Nell'episodio 10, l'ultimo della terza stagione, intitolato Il grande tuffo, dal minuto 17:10 al minuto 18:30. Joanne lo dice davanti all'oceano, a Noah e alla rabbina Eden, nel giorno del mikveh, l'immersione rituale che completa la sua conversione.

Quanto dura il monologo?

Circa un minuto e venti secondi nella versione integrale. La versione ridotta proposta nell'articolo sta sotto i 60 secondi, pause comprese.

Perché Joanne si converte all'ebraismo in Nobody Wants This 3?

Per sé stessa e per la famiglia che costruirà con Noah: vuole che i loro figli si sentano parte di qualcosa di più grande e abbiano delle tradizioni a guidarli, cosa che lei da bambina non ha avuto. All'inizio, dice, credeva di farlo per Noah; poi ha capito che lo faceva "a causa di" lui, e infine per sé.

Va bene per un provino se la commissione non conosce la serie?

Sì. Il testo è chiaro anche da solo: una donna spiega al suo compagno perché ha scelto di abbracciare la sua religione. Se vuoi, nel self-tape puoi presentarlo con una riga ("Joanne, il giorno della sua conversione, parla al futuro marito") e lasciare intatto il resto.

Come si recita il monologo di Joanne in un self-tape?

Primo piano o mezzo busto, con due interlocutori immaginari appena fuori asse rispetto all'obiettivo, uno per lato: Eden e Noah. Le prime frasi, quando Joanne parla di Noah in terza persona, vanno a Eden; su "come lo vedi tu" ti giri verso Noah e resti con lui fino alla fine. Concediti una pausa vera dopo "Ma…" e dopo "Io non ho avuto questo".

Chiusura

Prima di registrarlo, segna sul copione i quattro tempi del monologo: passato, presente, futuro e quel ritorno improvviso all'infanzia. Poi chiediti, per ognuno, che cosa vuole Joanne da Noah in quel momento. Se lo trovi, non avrai bisogno di forzare niente: "Per tutti noi" arriverà da solo, ed è lì che chi guarda si commuove.

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Scritto da

La redazione di RC

La redazione di Recitazione Cinematografica, coordinata da Alfonso Bergamo, regista e formatore: monologhi, dialoghi, film e serie analizzati con lo sguardo di chi lavora sul set e nei casting.

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