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~ LA REDAZIONE DI RC
Monologo di Lidia Poët (Matilda De Angelis) al dottor Munari da "La legge di Lidia Poët": testo, analisi e note per attori
Questo monologo Lidia Poët La legge di Lidia Poët mostra urgenza, intelligenza e rabbia controllata senza rifugiarsi nel pianto o nell’enfasi. Se stai cercando un monologo femminile per provino che lavori sul conflitto morale e sulla pressione dell’istante, questo fa per te: è breve, tagliente, e chiede una cosa difficilissima, cioè restare lucida mentre tutto dentro spinge a esplodere.
Film/Serie: La legge di Lidia Poët, stagione 3
Personaggio: Lidia Poët
Attore/Attrice: Matilda De Angelis
Stagione/Episodio: Episodio 2
Minutaggio: 18:59-19:50
Durata monologo: 50 secondi
Difficoltà: 8/10 — ritmo serrato, sottotesto feroce, controllo della rabbia
Emozioni chiave: frustrazione, urgenza, indignazione, lucidità, delusione
Adatto per: provini drama, ruoli femminili combattivi, scene di confronto, personaggi morali
Dove vederlo: Netflix
In La legge di Lidia Poët, Lidia si batte per salvare Grazia Fontana, sua amica, accusata di omicidio e in serio pericolo. In questa scena il nodo è semplice e terribile: il medico che potrebbe testimoniare le violenze subite da Grazia conosce la verità, ma non vuole esporsi davvero. Ha parlato con un giornale, quindi non è il silenzio assoluto il suo problema; il problema è la responsabilità pubblica, quella che costa. Lidia, interpretata da Matilda De Angelis, lo incalza proprio su questo. Non sta facendo un discorso teorico: sta cercando di smascherare una codardia elegante, educata, socialmente rispettabile. E siccome in gioco c’è la vita della sua migliore amica, ogni frase ha il peso di un ultimatum.

Certo, certo. La tranquillità prima di tutto, no? Non è che la “metto così”. C’è una donna che per anni è stata vittima di violenza da parte del marito, e nessuno ha visto nulla, nessuno è disposto a parlarne. Lei è l’unica persona che ha delle prove concrete. E infatti il dottor Barberis è qui per farle un’intervista, e questo le faceva piacere. Ci ha aperto casa sua, ci ha offerto il tè, ci ha fatto conoscere sua moglie... poi quando arriva il momento di prendersi delle responsabilità davanti al giudice allora fa un passo indietro. E allora cos’era, dottor Munari, una questione di vanità per avere un articolo su un giornale? No, perché se è così forse non abbiamo più niente da dirci.
“Certo, certo.”: attacco secco, apparentemente civile. Non urlarlo. Va detto con quella cortesia falsa che arriva un secondo prima della lama. Piccolo sorriso teso, che sparisce subito.
“La tranquillità prima di tutto, no?”: qui c’è il primo affondo ironico. Rallenta appena su “tranquillità” e lascia un filo di disprezzo sotto il tono educato. Il “no?” non è una domanda vera: è un’accusa mascherata.
“Non è che la ‘metto così’.”: fai sentire che stai restituendo parole o atteggiamento dell’altro. Può aiutare un accenno mimico minimo, come se stessi citando una scusa già sentita. Non indulgere troppo nell’ironia, però: è solo il trampolino.
“C’è una donna che per anni è stata vittima di violenza da parte del marito...”: qui il baricentro cambia. La battuta va detta più piena, più concreta. Lo sguardo smette di giocare e si fissa. È il momento in cui Lidia rimette il caso al centro e toglie ogni alibi borghese alla conversazione.
“e nessuno ha visto nulla, nessuno è disposto a parlarne.”: scandisci il doppio “nessuno”. Non correre. La ripetizione deve pesare come un atto d’accusa collettivo. Tieni il corpo fermo: più è immobile, più senti la tensione.
“Lei è l’unica persona che ha delle prove concrete.”: frase-chiave. Isolala bene. Qui non si tratta più di opinioni o sensibilità: si parla di fatti. Appoggia “unica persona” con precisione, quasi tagliando le parole.
“E infatti il dottor Barberis è qui per farle un’intervista...”: il tono torna più freddo, quasi da verbale. Questo cambio è importante: Lidia non perde il controllo, usa il controllo per stringere l’angolo.
“e questo le faceva piacere.”: qui fai percepire la stoccata. Non serve alzare la voce. Basta un microscopico sorriso amaro, come a dire: quando conveniva, andava bene.
“Ci ha aperto casa sua, ci ha offerto il tè, ci ha fatto conoscere sua moglie...”: ottima zona per lavorare sul ritmo. Fai un elenco ordinato, quasi troppo civile, e proprio per questo velenoso. L’effetto deve essere: tutte le buone maniere del mondo, purché non costino nulla.
“poi quando arriva il momento di prendersi delle responsabilità davanti al giudice...”: qui allunga il fiato e fai sentire la salita. La frase deve crescere internamente, non esplodere subito. Il peso sta in “prendersi delle responsabilità”.
“allora fa un passo indietro.”: frase breve, da lasciare cadere. Non martellarla. Proprio perché è semplice, colpisce. Se vuoi, puoi accompagnarla con un piccolo arretramento del busto o del mento, minimo ma leggibile.
“E allora cos’era, dottor Munari...”: adesso sì, stringi il bersaglio. Nominarlo è fondamentale. Guardalo davvero, anche immaginariamente, in un punto preciso davanti a te. La domanda parte civile ma ha già il veleno dentro.
“una questione di vanità per avere un articolo su un giornale?”: qui attenzione a non fare caricatura. Non è una battuta sarcastica da commedia. È una domanda che ferisce perché potrebbe essere vera. Rallenta su “vanità” e su “articolo su un giornale”, come se stessi poggiando due prove sul tavolo.
“No, perché se è così...”: questa partenza va quasi mozzata. Come se Lidia decidesse in quell’istante che, superata una certa soglia, la conversazione non ha più dignità.
“forse non abbiamo più niente da dirci.”: chiusura gelida, non rabbiosa. E questo è il punto cruciale. L’errore più comune è urlarla. Invece funziona molto di più se la dici bassa, netta, definitiva. Come una porta chiusa.
Nel complesso, il lavoro attoriale su questo pezzo sta tutto nella pressione
trattenuta. Ogni frase deve dare l’idea che Lidia potrebbe esplodere, ma sceglie di non farlo perché vuole essere più efficace dell’altro. Il sottotesto non è solo “mi stai facendo arrabbiare”.
È “tu stai contribuendo alla rovina di una donna e ti nascondi dietro la cortesia”. Se questa consapevolezza resta viva sotto le parole, il monologo si accende da solo.
Questo monologo è interessante perché in meno di un minuto costruisce una dinamica molto ricca: parte dall’ironia, passa per il fatto concreto, smaschera l’ipocrisia e chiude con una separazione morale. È breve, sì, ma non è semplice. Anzi, la brevità lo rende più pericoloso, perché non hai tempo per “scaldarti”: devi entrare subito nella scena con il motore già acceso.
Io credo che il cuore di questa scena sia nella delusione, non nella rabbia. Lidia non ha davanti un mostro dichiarato, ha davanti una persona civile che sceglie di tirarsi indietro nel momento decisivo. E questa è una cosa molto più interessante da recitare. Il punto chiave è proprio evitare il giudizio monolitico: lei lo attacca, sì, ma perché sperava davvero di poter contare su di lui.
L’errore più comune sarebbe fare il pezzo tutto sul sarcasmo oppure tutto sull’indignazione. Nessuna delle due strade basta. Attenzione a non cadere nella trappola della donna forte che parla veloce e taglia l’aria. Qui serve articolazione, bersaglio preciso, cambi di temperatura. Prima lo punzecchi, poi lo inchiodi, poi lo lasci da solo con la sua vigliaccheria. È questo il viaggio.

Funziona per:
provini per ruoli femminili combattivi e intelligenti
scene di confronto morale o civile
self tape brevi che richiedono precisione e presenza
personaggi con forte senso della giustizia
Evitalo se:
ti serve un pezzo più emotivo e vulnerabile
il casting cerca leggerezza o tono romantico
tendi a correre quando lavori sulla rabbia
Si abbina bene con: un monologo più intimo e spezzato, magari di perdita o confessione, per mostrare il contrasto tra durezza pubblica e fragilità privata.
Monologo di Erin Brockovich da Erin Brockovich — rabbia lucida contro ipocrisia
Monologo di Nora da Casa di bambola — coscienza e rottura morale
Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa: non cercare l’effetto, cerca il bersaglio. Lidia non parla per sfogarsi, parla per costringere l’altro a guardarsi allo specchio. E quando il monologo funziona davvero, lascia nell’aria una sensazione scomoda: non di rabbia, ma di verità detta troppo chiaramente per poter essere ignorata.

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