Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo Lidia Poët La legge di Lidia Poët è interessante perché ti permette di mostrare forza, visione, ironia e capacità di tenere una platea senza cadere nel rischio della predica. Se stai cercando un monologo femminile per provino che lavori sulla parola pubblica ma resti umano, concreto e pieno di sottotesto, questo pezzo fa per te. La trappola, semmai, è un’altra: farlo troppo “giusto” e troppo pulito, quando invece deve avere carne, memoria e urgenza personale.
Film/Serie: La legge di Lidia Poët
Personaggio: Lidia Poët
Attore/Attrice: Matilda De Angelis
Stagione/Episodio: Stagione 3 Episodio 1
Minutaggio: 3:10-6:02
Durata monologo: 2 minuti e 50 secondi
Difficoltà: 7/10 — eloquenza viva, ritmo chiaro, niente retorica scolastica
Emozioni chiave: determinazione, gratitudine, lucidità, rabbia controllata, speranza
Adatto per: provini drama, ruoli femminili forti, scene d’aula, personaggi idealisti
Dove vederlo: Netflix
All’inizio di La legge di Lidia Poët, Lidia prende la parola davanti ad altre donne in un’aula. Non è un’arringa disperata e non è una scena di sopravvivenza: qui il punto è la dichiarazione di intenti. Lidia Poët, interpretata da Matilda De Angelis, parla da donna che vuole essere riconosciuta come avvocato in un’Italia che considera ancora le donne inadatte alla piena cittadinanza civile e professionale. Il discorso parte da una denuncia del sistema maschile, ma si sposta presto su un tema ancora più interessante per un’attrice: il sostegno tra donne. È questo che dà alla scena un colore particolare. Non è solo ribellione. È costruzione di alleanza.

Gli uomini spesso parlano della donna come di una cosa essenzialmente fragile. E le negano capacità scientifica, intelletto civile, politico, forza… e badate bene, non sono io che lo dico. Loro stessi lo riconoscono, con le loro leggi. Ma, se credessero davvero in quello che dicono, non si sentirebbero così minacciati dalle donne, no? Se fossimo davvero fragili, inadeguate, non ci sarebbe bisogno di tenerci sotto tutela forzata.
Io sono molto grata a mio fratello, per tutto quello che ha fatto per me. Ma la verità è un’altra. E cioè che se oggi sono qui in quest’aula, e una legge che ho scritto è in Parlamento, pronta per essere discussa e votata è merito sopratutto di una donna.
Quando l’ho conosciuta lavorava in manifattura da pacchi, e io ero appena scappata di casa di mio padre. Ero sola, non avevo neanche i soldi per mangiare. Ero inadatta alla vita. E la prima volta che mi parlato mi ha detto: “Tu non hai mai lavorato in vita tua, vero?”
Mi ha offerto un posto dove stare, mi ha aiutata a pagare la retta universitaria, senza chiedere altro che un’amica che stesse al suo fianco. Quindi, è vero, forse i tempi non sono ancora maturi affinché una donna possa prescindere dagli uomini che detengono il vero potere di cambiare le cose. Però potete guardare la donna che avete al vostro fianco, e unirvi a lei nella stessa lotta, affinché la voce di una diventi la voce di tutte, e soprattutto che arrivi all’orecchio di chi non vuole ascoltare.
“Gli uomini spesso parlano della donna come di una cosa essenzialmente fragile.”: attacco netto, subito a fuoco. Non partire già arrabbiata: parti osservativa, quasi chirurgica. Lo sguardo deve includere la sala, come se stessi smontando un luogo comune che conosci troppo bene.
“E le negano capacità scientifica, intelletto civile, politico, forza…”: qui lavora per accumulo. Non accelerare troppo l’elenco. Ogni parola deve avere un piccolo peso diverso. Su “forza” puoi lasciare un micro-silenzio, come a far risuonare l’assurdità di ciò che stai contestando.
“e badate bene, non sono io che lo dico.”: abbassa appena il tono e stringi il bersaglio. Questa battuta ha una punta ironica. Un leggero sopracciglio alzato può aiutare, ma senza civetteria.
“Loro stessi lo riconoscono, con le loro leggi.”: qui il punto è la precisione. Dillo con una calma quasi legale. Niente enfasi teatrale. È una lama, non una sberla.
“Ma, se credessero davvero in quello che dicono...”: comincia il ribaltamento logico. Rallenta su “davvero”, come se volessi inchiodare l’ipocrisia. Il ritmo deve far sentire che stai costruendo una trappola razionale.
“non si sentirebbero così minacciati dalle donne, no?”: quel “no?” va maneggiato bene. Non farlo lezioso. È una sfida intelligente, quasi colloquiale, che cerca complicità nella sala.
“Se fossimo davvero fragili, inadeguate...”: riprendi con una cadenza più piena. Sottolinea “davvero” e “tutela forzata” con due appoggi chiari. Qui il corpo può farsi più stabile, piantato a terra.
“Io sono molto grata a mio fratello...”: cambio di temperatura. Addolcisci appena il suono, ma non diventare sentimentale. Questa battuta serve a mostrare che Lidia non parla per slogan: sa riconoscere ciò che ha ricevuto.
“Ma la verità è un’altra.”: pausa prima e dopo. È una frase cardine. Guardala bene, questa battuta: da qui il discorso smette di essere una semplice denuncia e diventa autobiografia politica.
“...è merito soprattutto di una donna.”: qui niente retorica trionfale. Piuttosto una gratitudine ferma, quasi commossa ma tenuta in asse. Un mezzo sorriso breve può comparire e sparire subito.
“Quando l’ho conosciuta lavorava in manifattura da pacchi...”: entra nel ricordo. Il ritmo si fa più narrativo. Non raccontare “bene”: racconta come chi rivede una scena precisa. Gli occhi possono spostarsi leggermente, come se vedessi quel passato.
“e io ero appena scappata di casa di mio padre.”: qui arriva la ferita. Non caricarla. Tienila quasi asciutta. Più resta semplice, più si sente.
“Ero sola, non avevo neanche i soldi per mangiare.”: due colpi secchi. Non piangere la situazione. Dilla come memoria concreta, quasi con imbarazzo superato. Questo aiuta a non cadere nel melodramma.
“Ero inadatta alla vita.”: questa è una delle battute più difficili. Va detta senza autocommiserazione. Quasi come una diagnosi che allora ti eri data davvero. Una piccola flessione del respiro basta.
“E la prima volta che mi ha parlato...”: alleggerisci un pelo. C’è umanità qui, persino un’ombra di tenerezza. Prepari l’arrivo della citazione.
“Tu non hai mai lavorato in vita tua, vero?”: la citazione va cambiata di colore. Non fare un personaggio diverso troppo marcato. Basta un tono più diretto, più ruvido, magari con un accenno di sorriso laterale.
“Mi ha offerto un posto dove stare...”: qui lavora sull’elenco come gratitudine concreta. Ogni gesto ricevuto è un gradino. Non fare un unico fiotto emotivo. Dai spazio a “posto dove stare”, “retta universitaria”, “amica”.
“senza chiedere altro che un’amica che stesse al suo fianco.”: questa frase va lasciata respirare. C’è il cuore del pezzo: reciprocità, non beneficenza. Lo sguardo può abbassarsi un attimo e poi tornare davanti.
“Quindi, è vero, forse i tempi non sono ancora maturi...”: rientro nella lucidità pubblica. Fai sentire che Lidia non è ingenua. Sa perfettamente contro cosa combatte. Il tono torna più strutturato.
“...gli uomini che detengono il vero potere di cambiare le cose.”: qui non sputare la parola “uomini”. Piuttosto falla pesare. Il rischio più comune è diventare slogan. Invece qui serve precisione politica.
“Però potete guardare la donna che avete al vostro fianco...”: apertura verso la sala. È un invito, non un ordine. Ammorbidisci il viso e cerca davvero qualcuno con lo sguardo.
“e unirvi a lei nella stessa lotta...”: qui il corpo può avanzare appena, anche solo con il busto. Fisicamente stai chiamando all’azione.
“affinché la voce di una diventi la voce di tutte...”: fai salire il ritmo emotivo. Non di volume, di ampiezza. È il momento in cui il personale diventa collettivo.
“e soprattutto che arrivi all’orecchio di chi non vuole ascoltare.”: chiusura importante. Non urlarla. Tienila ferma, quasi definitiva. Su “non vuole ascoltare” lascia una punta di durezza, perché lì torna il conflitto col potere.
Questo monologo è interessante perché tiene insieme tre livelli che un’attrice può far vivere benissimo in provino: l’argomentazione, il vissuto personale e la chiamata collettiva. Non è solo un discorso femminista, e non è solo un ricordo autobiografico. È il passaggio dall’idea all’esperienza e poi dall’esperienza all’azione. Per questo regge bene anche fuori dal contesto della serie.
Lidia non chiede compassione. Chiede alleanza. È una differenza enorme. Se l’attrice la gioca come una donna ferita che rivendica il proprio dolore, il pezzo perde forza. Se invece lavora sul pensiero, sulla chiarezza e sul piacere di accendere altre coscienze, allora il monologo si apre davvero.
Il punto chiave è la progressione. Prima smonta il pregiudizio maschile, poi riconosce un debito personale, poi sposta il discorso sulla solidarietà tra donne. L’errore più comune sarebbe fare tutto con la stessa energia: tutta rabbia, tutta fierezza, tutta commozione. No. Qui servono svolte, cambi di temperatura, appoggi concreti. Attenzione a non cadere nella trappola della declamazione “importante”: La legge di Lidia Poët funziona quando la parola sembra pensata lì, non imparata a memoria bene.

Funziona per:
provini per ruoli femminili forti e intelligenti
scene in costume o period drama
personaggi con leadership, visione, eloquenza pubblica
self tape che richiedono parola chiara e sottotesto politico
Evitalo se:
ti serve un pezzo molto intimo e vulnerabile
il casting cerca naturalismo basso e quotidiano
tendi a irrigidirti nei discorsi lunghi e argomentativi
Si abbina bene con: un monologo più raccolto, privato e spezzato, magari di perdita o confessione, per mostrare un contrasto netto tra forza pubblica e fragilità interiore.
Monologo di Jo March da Piccole donne
Monologo di Nora da Casa di bambola
Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa: Lidia non vuole solo avere ragione, vuole trascinare altre donne dentro una visione. È lì che il monologo prende vita. E quando funziona davvero, non sembra una lezione: sembra l’inizio di una piccola rivoluzione.

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