Monologo di Enrico Poët in La legge di Lidia Poët: testo e analisi

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Monologo di Enrico Poët da "La legge di Lidia Poët": testo, analisi e note per attori

Se stai cercando un monologo Enrico Poet La legge di Lidia Poët che mostri autorevolezza, pensiero, indignazione e controllo senza scivolare nel teatro declamato, questo pezzo fa per te. È una trappola perfetta per attori: sulla carta sembra solo un’arringa, ma in realtà chiede una progressione precisa, una tensione morale che cresce battuta dopo battuta e un equilibrio difficile tra lucidità giuridica e coinvolgimento personale.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: La legge di Lidia Poët, stagione 3

  • Personaggio: Enrico Poët

  • Attore/Attrice: Pier Luigi Pasino

  • Stagione/Episodio: Episodio 6

  • Minutaggio: 37:50-40:30

  • Durata monologo: 2 minuti e 40 secondi

  • Difficoltà: 8/10 — controllo oratorio, progressione emotiva, niente enfasi gratuita

  • Emozioni chiave: contenimento, indignazione, lucidità, empatia, speranza

  • Adatto per: provini drama in costume, ruoli d’autorità, avvocati, idealisti, personaggi civili

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

Nel sesto episodio della terza stagione di La legge di Lidia Poët, Enrico Poët prende la parola in tribunale per difendere Grazia Fontana, una donna accusata di aver ucciso il marito violento. Il contesto è fondamentale: non stiamo ascoltando solo un avvocato che tenta di convincere una giuria, ma un uomo che arriva da un conflitto interiore preciso. Enrico ha vissuto per tutta la stagione un contrasto con Lidia tra senso del dovere e bisogno di libertà, e questa arringa è il punto in cui la sua posizione si allarga. Non parla più solo da uomo di legge. Parla da uomo che ha capito che applicare la legge senza interrogare la società significa partecipare all’ingiustizia.

Testo del monologo

Signor presidente, illustri giudici e giurati, è vero. Grazia Fontana ha ucciso suo marito, il capitano di vascello Guido Fontana. Ha confessato, non ci sono dubbi. Tuttavia mai come questo infausto frangente è imprescindibile valutare il motivo per cui questa donna ha ucciso. Non aveva altra scelta. Se non l’avesse pugnalato ci sarebbe lui oggi seduto in questa cella.

A dimostrare questa tesi ci sono testimonianze che resistono al tentativo di screditare chi le ha fornite, e fatti concreti che non è stato possibile ascrivere come prove in questo dibattimento, ma di cui hanno parlato tutti i giornali, e che voi non potete ignorare. Mi scusi, signor presidente, i giurati sanno perfettamente quello di cui sto parlando. Con il suo permesso, adesso mi rivolgo direttamente a loro.

Nel condannare o assolvere l’imputata, voi oggi siete chiamati uno per uno a esprimere un verdetto su un’intera società civile. Una società che chiede alle mogli non soltanto sottomissione, obbedienza e rassegnazione, ma persino la docilità dell’agnello sacrificale.

Signori giurati, dite la verità, cosa avrebbe dovuto fare la signora Grazia Fontana perché voi la credeste vittima? Doveva morire. Solo così avrebbe ricevuto un po’ di pietà. Mentre suo marito, nel peggiore dei casi, sarebbe stato condannato a sei anni di carcere, perché gli viene riconosciuto il diritto di difendere il suo onore.

Adesso però, immaginate di essere nel secolo futuro. Cosa vi augurate per le vostre figlie. Io personalmente non ho dubbi. Vorrei che vivessero libere dalla paura, protette dalla legge, consapevoli della propria dignità. E vorrei che nessun uomo si sentisse in diritto di riportarle al lume della ragione, come è stato detto prima. O di ferirle, picchiarle o ucciderle. O di non essere abbandonate.

Signori giurati, oggi, con il vostro verdetto, voi posate il primo mattone di questo futuro. Da voi non dipende solamente la vita della signora Grazia Fontana e di sua figlia Mila, da voi dipende la vita di tutte le donne che verranno.

Note di recitazione riga per riga

“Signor presidente, illustri giudici e giurati, è vero.”: attacco pulito, senza tremore; non difensivo ma fermo. Tieni il busto dritto e lo sguardo distribuito, come se stessi mettendo subito ordine nella stanza. Su “è vero” non marcare troppo: più è semplice, più suona forte.

“Grazia Fontana ha ucciso suo marito...”: qui evita qualsiasi pietismo. È una premessa giuridica, non ancora un appello morale. Ritmo medio, voce bassa ma nitida, come chi sa che la credibilità parte dall’ammissione del fatto.

“Ha confessato, non ci sono dubbi.”: piccola pausa dopo “Ha confessato”. Poi “non ci sono dubbi” va detto quasi tagliando l’aria. L’effetto deve essere: non sto scappando dalla verità, la sto affrontando prima di voi.

“Tuttavia mai come questo infausto frangente...”: qui cambia marcia. Non alzare subito il volume: allarga il pensiero prima della voce. Lo sguardo può salire leggermente, come se stessi cercando una formula più ampia del semplice caso processuale.

“Non aveva altra scelta.”: frase-chiave. Va isolata. Falla precedere da una micro-pausa e poi dilla con assoluta essenzialità. Nessun gesto largo: basta un accenno del mento in avanti.

“Se non l’avesse pugnalato ci sarebbe lui oggi seduto in questa cella.”: qui entra il rovesciamento. Sottolinea “lui” con un filo di accento, non con rabbia ma con logica feroce. Può essere utile spostare per un attimo lo sguardo verso la cella o un punto concreto dello spazio.

“A dimostrare questa tesi ci sono testimonianze...”: ritorno al terreno razionale. Recupera un tono quasi tecnico. Attenzione a non correre: questo passaggio serve a mostrare che Enrico non è travolto dall’emozione, la governa.

“...e fatti concreti che non è stato possibile ascrivere come prove...”: qui il rischio è diventare legnosi. Spezza il periodo in blocchi di senso, con respiri pensati. La difficoltà sta nel far sentire il pensiero vivo, non il gergo.

“Mi scusi, signor presidente...”: abbassa leggermente il volume. Non è sottomissione: è strategia. Un mezzo inchino del capo o un minimo cambio di asse può aiutare a segnare il passaggio.

“Con il suo permesso, adesso mi rivolgo direttamente a loro.”: qui c’è la svolta del monologo. Il corpo si apre alla giuria. Tenetela a mente, questa frase, perché è il punto in cui il discorso smette di essere procedura e diventa chiamata morale.

“Nel condannare o assolvere l’imputata...”: allarga il respiro e fai sentire il peso collettivo della frase. Non puntare tutto su “intera società civile”; la vera forza sta nel percorso che ci arriva.

“Una società che chiede alle mogli...”: qui entra l’indignazione, ma controllata. Non gridare “sottomissione, obbedienza e rassegnazione”: scandiscile come tre chiodi. L’ultima immagine, “agnello sacrificale”, può avere un rallentamento appena percettibile.

“Signori giurati, dite la verità...”: attacco diretto. Guarda davvero qualcuno. L’errore più comune è recitare verso il vuoto. Questo pezzo vive se sembra rivolto a persone precise che stai mettendo spalle al muro.

“Cosa avrebbe dovuto fare...?”: lascia spazio alla domanda. Non riempire subito il silenzio. La pausa qui è accusatoria: stai costringendo chi ascolta a formulare una risposta scomoda.

“Doveva morire.”: frase secca, quasi senza aria. Più è nuda, più colpisce. Evita il tono tragico. Deve suonare come una verità oscena ma limpida.

“Solo così avrebbe ricevuto un po’ di pietà.”: lascia cadere “un po’” con amarezza minima, quasi incredula. Un mezzo sorriso assente, amarissimo, può funzionare se resta microscopico.

“Mentre suo marito...”: riparti subito, come se non volessi lasciare alla sala la comodità della commozione. Qui il pensiero si fa politico. Su “diritto di difendere il suo onore” metti una punta di disgusto trattenuto.

“Adesso però, immaginate di essere nel secolo futuro.”: cambio netto di energia. La voce si apre. Non è più solo denuncia: è visione. Lo sguardo va oltre la stanza, come se stessi vedendo davvero quel futuro.

“Cosa vi augurate per le vostre figlie.”: frase intima. Alleggerisci leggermente il tono, rendilo più umano. Qui Enrico non è soltanto avvocato: è uomo che prova a creare identificazione.

“Io personalmente non ho dubbi.”: attenzione, questa è una presa di posizione personale. Dilla con semplicità e pienezza, senza retorica. È il momento in cui il personaggio si espone.

“Vorrei che vivessero libere dalla paura...”: fai salire il ritmo emotivo ma non la velocità. Ogni immagine va lasciata respirare. “libere dalla paura, protette dalla legge, consapevoli della propria dignità” è una triade: tre gradini, non una corsa.

“E vorrei che nessun uomo...”: qui torna il ferro. Il gesto può irrigidirsi appena. Su “ferirle, picchiarle o ucciderle” non aggiungere lacrima: aggiungi peso.

“Signori giurati, oggi...”: ultimo affondo. Recupera verticalità, precisione, quasi solennità. È il punto in cui devi dare l’impressione che il tempo della scena si stringa.

“voi posate il primo mattone di questo futuro.”: immagine concreta. Accompagnala con un gesto minimo della mano, verso il basso, come a deporre davvero quel mattone.

“da voi dipende la vita di tutte le donne che verranno.”: chiusura ampia, non urlata. Lascia una piccola sospensione su “tutte le donne” e chiudi “che verranno” guardando avanti, non giù.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché chiede all’attore di lavorare su una progressione interna molto netta: si parte dalla verità processuale, si attraversa la logica, si arriva all’indignazione e si conclude con una visione del futuro. Se giochi tutto alto fin dall’inizio, lo bruci. Se lo fai tutto trattenuto, lo spegni.

Io credo che il cuore di questa scena sia nel passaggio da difesa individuale a responsabilità collettiva. Enrico Poet non sta solo cercando di salvare Grazia. Sta cercando di cambiare il frame mentale della giuria. E questo, per un attore, significa una cosa precisa: non devi “commuoverti”, devi far cambiare posizione a chi hai davanti.

Il punto chiave è il sottotesto: Enrico parla di Grazia, ma parla anche di Lidia, del ruolo delle donne, del sistema che lui stesso ha abitato. Per questo il monologo ha spessore. Non è l’avvocato buono che fa il discorso giusto. È un uomo che capisce, forse in ritardo, da che parte stare.

L’errore più comune sarebbe recitarlo come una tirata da aula. Non funziona così. Attenzione a non cadere nella trappola della dizione perfetta e basta, del “guardate come so fare l’oratore”. Serve invece pensiero vivo, appoggi reali, immagini concrete. Devo dirlo: se manca il conflitto personale sotto la forma impeccabile, il pezzo diventa subito finto.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • provini per ruoli maschili autorevoli ma non rigidi

  • personaggi di avvocati, politici, giornalisti, insegnanti

  • self tape drama in costume o period drama

  • provini che richiedono parola argomentativa e tensione civile

Evitalo se:

  • ti serve un pezzo breve e immediatamente emotivo

  • il casting cerca naturalezza quotidiana e non costruzione oratoria

  • non hai ancora controllo di pause, fiato e progressione

Si abbina bene con: un monologo più intimo e spezzato, magari di confessione privata, per mostrare il contrasto tra pubblico controllo e fragilità personale.

Monologhi simili

Se lavori su questo monologo maschile per provino da La legge di Lidia Poët, concentrati meno sulla bellezza delle frasi e più sul bersaglio: ogni battuta deve spostare la giuria di un passo. È questo che rende vivo il pezzo. E quando funziona, non sembra un’arringa: sembra una presa di posizione che non puoi più rimangiarti.

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