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Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo è una trappola perfetta per un attore: ti dà autorità, crudeltà, ironia, controllo e un crescendo quasi insostenibile, ma se lo affronti solo urlando lo rovini. Se stai cercando un pezzo che mostri presenza scenica e capacità di tenere il potere sull’ascolto senza cadere nel macchiettistico, il monologo del Maggiore Warren da The Ateful Eight fa per te. Samuel L. Jackson, in The Hateful Eight, lo trasforma in una lama: non è solo violenza verbale, è strategia.
Film: The Hateful Eight
Personaggio: Maggiore Marquis Warren
Attore/Attrice: Samuel L. Jackson
Minutaggio: 1:28:07 - 1:35:00
Durata monologo: 7 minuti
Difficoltà: 9/10 — controllo feroce, ritmo variabile, sottotesto costante
Emozioni chiave: provocazione, disprezzo, sadismo, lucidità, vendetta
Adatto per: provini cinema, self tape intensi, ruoli autoritari, antagonisti ambigui
Dove vederlo: Amazon Prime Video
Siamo nel Wyoming post-Guerra Civile, dentro l’emporio di Minnie, dove un gruppo di uomini armati aspetta che la bufera passi. Il Maggiore Marquis Warren, ex soldato unionista e cacciatore di taglie, si trova faccia a faccia con il generale confederato Sandy Smithers, figura che per lui incarna il razzismo e la violenza del Sud. Prima di questo momento, Tarantino costruisce una tensione precisa: Warren ha già mostrato intelligenza, sangue freddo e un gusto quasi scientifico per la provocazione, mentre Smithers è un vecchio sudista irrigidito nel proprio odio. Il monologo nasce lì, non come confessione, ma come arma deliberata per spingere l’altro a reagire. Nel film, Warren e Smithers si incontrano proprio all’emporio durante la sosta forzata della diligenza, e il racconto sul figlio del generale serve a provocarlo fino a ottenere una reazione armata.

Era venuto qui a giocare un pò alla caccia al negro. All’epoca la ricompensa era 5000 più la licenza di vantarsi. Ma per i ribelli figli della battaglia, 5000 solo per tagliare la testa a un negro…sono soldi facili. Così quei confederati scalavano questa montagna, in cerca di fortuna. Ma non c’era nessuna fortuna da trovare. Tutti trovavano…solo me. E una volta qui quei bifolchi cantavano tutti una canzone diversa quando poi si trovavano alla mercè della pistola di un negro. “Dai lasciamo perdere, eh. Io vado dalla mia parte, tu vai dalla tua”. E’ tuo figlio Chester che parla. “Se mi lasci tornare a casa dalla mia famiglia, te lo prometto…te lo prometto non metterò mai più piede nel Wyoming”. Dicevano tutti cosi. Pregandomi di risparmiarlo, tuo figlio mi rivelò l’intera storia della sua vita. E tu…eri parte della storia, generale. E quando ho capito di avere davanti a me il figlio del bastardo assassino dei negri di Battle Rouge…ho capito che quel giorno me la sarei spassata.
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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Era freddo il giorno in cui ho ucciso tuo figlio. Ma non quel freddo del Wyoming dalle montagne innevate. Molto più freddo. E in quel freddo giorno, tuo figlio era dalla parte sbagliata della mia pistola. L’avevo fatto spogliare, tutto nudo, con le chiappe al vento. Poi gli avevo detto di cominciare a camminare. Gli ho fatto muovere quelle chiappe nude per due ore prima che il freddo lo facesse crollare. Poi, ha cominciato di nuovo a supplicarmi. Ma questa volta, non mi pregava di tornare a casa. Eh, lo sapeva che non sarebbe mai tornato a casa. E non mi pregava neanche di risparmiarlo perchè sapeva che non c’erano speranze. L’unica cosa che voleva era una coperta.
Ora…non giudicare severamente tuo figlio, generale. Tu non hai mai avuto tanto freddo quanto tuo figlio quel giorno. Tu non hai idea…di quello che un uomo che ha tanto freddo farebbe per una coperta. Vuoi sapere cosa ha fatto tuo figlio? (pausa) Ho afferrato il mio bel pisello nero, l’ho tirato fuori e ho fatto avvicinare tuo figlio facendolo strisciare nella neve a 4 zampe. Poi ho preso una ciocca di quei capelli neri che aveva sulla nuca, li ho stretti forte e gli ho ficcato tutto il mio bel pisello colorato fino in fondo alla sua stramaledettissima gola. Ed era piena di sangue, quindi era calda. Oh si, ci puoi scommettere le chiappe! Era caldissima. E Chester…Charles Smithers! Ha succhiato tutto quel bel palo caldo più a lungo che ha potuto! Inizi a farti un’idea, eh?! Tuo figlio, un bell’uccello nero tutto in bocca. Lui che si agita, che trema, che piange. Mentre io rido! E lui che non capisce, ma tu capisci, non è vero Sandy?
Non gliel’ho mai data la coperta a tuo figlio, neanche dopo tutto quello che aveva fatto, e lui aveva fatto proprio tutto quello che avevo chiesto. Niente coperta. La coperta era solo la straziante promessa di un bugiardo. Un pò come quelle divise che i Nordisti distribuirono alle truppe di colore che voi sceglieste di non riconoscere. Ora che pensi di fare, vecchio? Vuoi passare i prossimi due, tre giorni a ignorare il negro che ha ucciso tuo figlio? A ignorare..che l’ho fatto soffrire. A ignorare che gli ho fatto leccare da cima a fondo il mio bastone? Ah…la cosa più idiota che tuo figlio abbia mai fatto è stata quella di farmi sapere che era tuo figlio.
“Era venuto qui a giocare un pò alla caccia al negro”: attacca piano, quasi narrativo; non partire subito aggressivo. Guarda Smithers come se gli stessi offrendo un ricordo privato, non una minaccia. Schiena comoda, controllo totale.
“5000 più la licenza di vantarsi”: qui inserisci un mezzo sorriso sporco. Sottolinea “licenza di vantarsi” con un piccolo accento ironico, come se stessi prendendo in giro un mondo intero.
“Tutti trovavano…solo me”: pausa netta prima di “solo me”. Non alzare il volume: il potere sta nel fatto che non devi dimostrare niente. Occhi fermi.
“E’ tuo figlio Chester che parla”: cambio di marcia. Qui inizi a personalizzare l’attacco. Un filo di imitazione nella voce del figlio può funzionare, ma appena accennato: non farne caricatura.
“Se mi lasci tornare a casa…”: rallenta appena e fai sentire il gusto del ricatto emotivo. Come attore, devi far capire che Warren si diverte più a raccontare che a ricordare.
“E tu…eri parte della storia, generale”: pausa su “tu”. Piccolo movimento del mento verso Smithers. È il momento in cui smetti di parlare di un morto e inizi a colpire il vivo.
“Ho capito che quel giorno me la sarei spassata”: qui non sorridere troppo. L’errore più comune è giocarla da villain soddisfatto. Meglio un tono quasi sereno: fa molto più male.
“Era freddo il giorno in cui ho ucciso tuo figlio”: abbassa il ritmo. Fai sentire il gelo, non l’odio. La voce deve diventare più densa, come se stessi entrando in un rituale.
“Molto più freddo”: frase breve, da lasciare cadere. Dopo, silenzio di un battito. È una frustata, non un inciso.
“L’avevo fatto spogliare, tutto nudo”: evita l’enfasi grossolana. Dillo come un fatto tecnico. Più sei preciso, più la scena diventa disturbante.
“Poi gli avevo detto di cominciare a camminare”: accompagna con una minima inclinazione del busto in avanti. Non mimare troppo. Basta suggerire il comando.
“L’unica cosa che voleva era una coperta”: qui cambia energia. Per un attimo devi quasi far credere che stai concedendo umanità alla vittima. È una falsa apertura.
“Non giudicare severamente tuo figlio, generale”: tono quasi pastorale, quasi gentile. Questa è la trappola perfetta del pezzo. Attenzione a non farla sarcastica subito: prima deve sembrare sincera.
“Tu non hai idea…”: fai una pausa lunga sui puntini, come se stessi assaporando il pensiero. Lo sguardo può abbassarsi un secondo e tornare su di lui all’ultima parola.
“Vuoi sapere cosa ha fatto tuo figlio?”: domanda secca. Qui immobilizzati. Nessun gesto. Lascia che il silenzio lavori per te.
“Ho afferrato il mio bel pisello nero…”: difficilissimo. Non giocarla da esibizione. Il punto non è il sesso, è l’umiliazione come arma politica e psicologica. Tono quasi chirurgico.
“facendolo strisciare nella neve a 4 zampe”: inserisci disgusto controllato, non rabbia. Come se stessi ricordando un animale abbattuto, e questo ti faccia ancora più paura di te stesso.
“Ed era piena di sangue, quindi era calda”: qui serve un micro-sorriso che scompare subito. È il punto in cui il personaggio oltrepassa la linea e ti chiede di restare credibile senza strafare.
“Era caldissima”: ripetizione da allungare appena, quasi gustata. Ma senza compiacimento pornografico. Devi restare nel territorio dell’orrore morale.
“Charles Smithers!”: usa il nome completo come uno schiaffo. Più secco, più dritto, più frontale.
“Mentre io rido!”: non gridarlo a tutta gola. Meglio un lampo improvviso, un’esplosione breve e poi subito di nuovo controllo.
“ma tu capisci, non è vero Sandy?”: abbassa di nuovo. Quasi intimo. È una coltellata sussurrata. Se lo fai bene, qui la stanza si stringe.
“Non gliel’ho mai data la coperta”: frase capitale. Va detta senza fretta, come una sentenza. Io qui terrei lo sguardo basso un istante, poi di nuovo fisso su Smithers.
“La coperta era solo la straziante promessa di un bugiardo”: fai emergere il sottotesto politico. Non è più solo Chester: Warren sta parlando di guerra, razza, tradimento.
“Ora che pensi di fare, vecchio?”: qui la provocazione diventa aperta. Corpo leggermente avanti, ma piedi piantati. Devi sembrare pronto a tutto.
“la cosa più idiota che tuo figlio abbia mai fatto…”: chiusura con freddezza assoluta. Nessun commento emotivo finale. Taglia la frase e lascia il vuoto dopo.
Questo monologo è interessante perché non vive soltanto nel contenuto, ma nella strategia. Warren non racconta: costruisce una trappola. Io credo che il cuore di questa scena sia proprio questo. Se l’attore la affronta come un semplice sfogo di rabbia, perde la metà della sua forza. Il punto chiave è che Warren resta lucido quasi sempre. Sta scegliendo dove ferire, quando rallentare, quando far ridere gli altri e quando isolare Smithers.
Il sottotesto è potentissimo: vendetta personale, memoria storica, umiliazione razziale ribaltata e desiderio di controllo assoluto. Ma c’è anche un altro livello. Warren vuole obbligare l’altro a immaginare. Non gli basta raccontare la morte del figlio: vuole che il generale la veda, la senta, la subisca. Questa è scrittura tarantiniana pura, e nel film la provocazione culmina proprio quando Smithers reagisce, permettendo a Warren di ucciderlo formalmente per legittima difesa.
L’errore più comune sarebbe caricarlo di rabbia uniforme o, al contrario, farlo tutto ironico. No. Deve oscillare. Sadismo, calma, quasi tenerezza finta, poi di nuovo ferocia. Samuel L. Jackson lo rende memorabile perché non “spinge” ogni frase: seleziona. E per un attore è una lezione enorme.
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Funziona per:
ruoli maschili autoritari e pericolosi
provini da antagonista intelligente
self tape in cui devi mostrare controllo del ritmo
scene da cinema adulto, tese, verbalmente complesse
Evitalo se:
il provino richiede materiale pulito o family friendly
hai poco controllo su pause e sottotesto
tendi a strafare con aggressività e volume
Si abbina bene con: un secondo monologo più trattenuto e vulnerabile, magari da Manchester by the Sea o Good Will Hunting, per mostrare contrasto.
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Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sulla violenza verbale e più sul piacere del controllo. Il monologo del Maggiore Warren da The Hateful Eight funziona davvero quando chi guarda capisce che il personaggio ha già vinto la stanza prima ancora di alzare la voce.


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