Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri trauma, lucidità e un crollo emotivo trattenuto senza finire nel melodramma, questo fa per te. Il monologo di Mark in 28 giorni dopo è una trappola perfetta: sulla carta sembra solo un racconto, ma in realtà costringe l’attore a lavorare su immagini mentali, senso di colpa e controllo della voce. E proprio qui sta il suo valore: non devi “fare il disperato”, devi lasciare che l’orrore emerga quasi controvoglia.
Film/Serie: 28 giorni dopo
Personaggio: Mark
Attore/Attrice: Noah Huntley
Regia: Danny Boyle
Anno: 2002
Minutaggio: 25:28–27:03
Durata monologo: 1 minuto e 35 secondi
Difficoltà: 8/10 — trauma trattenuto, immagini forti, crollo finale controllato
Emozioni chiave: shock, colpa, paura, dissociazione, vuoto
Adatto per: provini cinema/dramma, self tape realistici, ruoli spezzati ma lucidi
Dove vederlo: Amazon Prime Video
In 28 giorni dopo, Mark è uno dei primi sopravvissuti che Jim incontra in una Londra devastata dal contagio. Non è l’eroe del film e proprio per questo il suo monologo funziona così bene: sembra un uomo qualunque che ha visto troppo. Quando racconta ciò che è successo alla sua famiglia durante il collasso della città, non sta cercando compassione. Sta quasi verbalizzando un incubo che gli è rimasto addosso.
Questo è il contesto che serve a un attore: Mark non parla per sfogarsi in modo teatrale, ma perché quei ricordi sono ancora vivi nel corpo. La situazione emotiva è ambigua: vuole spiegare, ma ogni frase gli riapre una ferita. E l’elemento decisivo è il senso di colpa. Non ha solo perso la famiglia: è sopravvissuto facendo qualcosa che ancora lo perseguita.

Io… con i miei e le mie sorelle ci siamo precipitati a Paddington. Speravamo di trovare dei posti su un aereo, magari… magari corrompendo qualcuno. Mio padre aveva con sé un sacco di soldi, anche se i soldi erano del tutto inutili. Ventimila persone avevano avuto la stessa idea. La folla spingeva. Io ho perso la mano di mia sorella. Il pavimento era soffice. (pausa) Ho guardato di sotto. Ero in piedi su un mucchio di persone, come un tappeto. Persone che erano cadute e… tra la folla c’era un infetto, stava contagiando tutti. Non potevo scappare, potevo solo salire, calpestando altre persone, così le ho calpestate. (pausa breve) Sono montato su una cabina telefonica. Guardando giù non riuscivo a distinguere chi era infetto da chi non lo era. Poi ho visto mio padre, mia madre e mia sorella no. Mio padre. Il suo viso… (pausa lunga) Selena ha ragione. Devi essere contento.
“Io… con i miei e le mie sorelle ci siamo precipitati a Paddington.”: Qui non partire già emotivamente alto. Attacca con un’esitazione vera su “Io…”, come se il ricordo dovesse ancora trovare il coraggio di uscire. Lo sguardo può andare leggermente di lato, non verso il partner: stai vedendo la stazione prima ancora di raccontarla.
“Speravamo di trovare dei posti su un aereo, magari… magari corrompendo qualcuno.”: Sul primo “magari” lascia entrare un residuo di speranza passata, sul secondo falla morire subito. Il ritmo deve accorciarsi. Attenzione a non farlo ironico: qui c’è vergogna, non sarcasmo.
“Mio padre aveva con sé un sacco di soldi, anche se i soldi erano del tutto inutili.”: Questa frase funziona se la dici con una lucidità quasi cronachistica. Piccolo abbassamento della voce su “del tutto inutili”. Io credo che qui serva un lampo di amarezza asciutta: il mondo è crollato e il denaro non vale più niente.
“Ventimila persone avevano avuto la stessa idea. La folla spingeva.”: Accelera leggermente il ritmo. Le parole devono iniziare a incalzare come la memoria fisica della calca. Le spalle possono chiudersi appena, come se il corpo ricordasse la pressione.
“Io ho perso la mano di mia sorella.”: Questa è una frase chiave. Non sottolinearla troppo. Più la fai semplice, più fa male. Tieni gli occhi fissi un istante davanti a te e lascia una micro-pausa dopo “perso”.
“Il pavimento era soffice.”: Qui c’è l’immagine disturbante che sposta tutto. Rallenta. Devo dirlo: l’errore più comune sarebbe giocarla già come rivelazione horror. Invece va detta quasi con incredulità, come se ancora oggi non riuscissi ad accettare quella sensazione sotto i piedi.
“Ho guardato di sotto.”: Abbassa davvero lo sguardo, ma solo un momento. Non fare il gesto grande. Basta un movimento minimo del mento e degli occhi.
“Ero in piedi su un mucchio di persone, come un tappeto.”: Voce più bassa, quasi svuotata. “Come un tappeto” non va calcato: proprio perché l’immagine è tremenda, devi lasciarla cadere piatta. Un mezzo respiro spezzato prima di continuare può aiutare.
“Persone che erano cadute e…”: Quell’“e…” è fondamentale. Pausa sospesa, come se la mente rifiutasse di completare la frase. La bocca resta leggermente aperta un istante. Qui la micro-espressione migliore è una contrazione degli occhi, non una lacrima esibita.
“tra la folla c’era un infetto, stava contagiando tutti.”: Riprendi fiato e torna più concreto. Questa è la parte in cui Mark cerca di razionalizzare il caos. Ritmo netto, quasi da testimonianza.
“Non potevo scappare, potevo solo salire, calpestando altre persone, così le ho calpestate.”: Questo è il cuore morale del pezzo. Niente enfasi eroica, niente autogiustificazione. Devi dirlo con una colpa secca. Su “così le ho calpestate” rallenta appena e abbassa il volume, come se confessassi qualcosa che ti sporca ancora.
“Sono montato su una cabina telefonica.”: Frase di transizione, ma utile fisicamente. Il corpo può raddrizzarsi appena, come se ricordasse il gesto di salire per salvarsi. Non trasformarlo in mimica: basta una tensione verso l’alto nel busto.
“Guardando giù non riuscivo a distinguere chi era infetto da chi non lo era.”: Qui il lavoro è sugli occhi. Non guardare un punto preciso: fai percepire che stai cercando volti in una massa indistinta. Il respiro deve essere corto, ma non ansimante.
“Poi ho visto mio padre, mia madre e mia sorella no.”: Stacca bene i membri della famiglia. “Mio padre” arriva per primo come un colpo. “Mia madre e mia sorella no” va più vuoto, più sfinito. È il momento in cui la speranza si spegne.
“Mio padre. Il suo viso…”: Ripetere “Mio padre” è una ferita che si riapre. Qui fermati davvero. Pausa lunga, ma abitata: non una pausa tecnica. Il viso si svuota, la mandibola può irrigidirsi un secondo. Non mostrare tutto: fai capire che quell’immagine è troppo.
“Selena ha ragione. Devi essere contento.”: Questa chiusa è stranissima, ed è proprio per questo che funziona. Non dirla come una morale. Dilla come una frase imparata a forza, un tentativo maldestro di sopravvivenza psicologica. Quasi un comando detto a se stessi, non una verità davvero creduta.
Questo monologo di Mark in 28 giorni dopo funziona perché non cerca il pianto facile. È un racconto traumatico costruito sul contrasto tra l’orrore delle immagini e il bisogno disperato di restare composti. Per un attore, il punto chiave è proprio questo: Mark non vuole “esibirsi”, vuole attraversare il ricordo senza esserne travolto in pubblico. E ogni volta che ci prova, il corpo tradisce qualcosa.
Questa scena vive del conflitto tra sopravvivenza e colpa. Mark non ha assistito a una tragedia. Ha fatto qualcosa di necessario e terribile per salvarsi. Questo crea un sottotesto potentissimo: mentre racconta, sta ancora cercando di capire se ha diritto a essere vivo. La frase finale, “Devi essere contento”, non è una consolazione. È quasi un ordine, un pensiero preso in prestito per non crollare.
Non è un monologo tutto lacrime e disperazione. Sarebbe sbagliato anche recitarlo troppo freddo, come se fosse solo cronaca. Il giusto equilibrio sta nel far sentire che Mark sta controllando il dolore con tutte le sue forze, ma che alcune immagini gli sfuggono di mano. Attenzione a non cadere nella trappola di “interpretare l’apocalisse”: questa scena non parla dei mostri, parla di un uomo normale che ha visto il volto peggiore della sopravvivenza.

Funziona per:
provini per ruoli drammatici realistici e contemporanei
personaggi segnati da trauma o perdita recente
self tape in cui vuoi mostrare controllo emotivo e precisione
casting cinema o serie con tono cupo, intimo, post-traumatico
Evitalo se:
il provino richiede leggerezza, brillantezza o forte dinamica esterna
hai bisogno di un pezzo molto trasformista o apertamente teatrale
cerchi un monologo che esploda subito, senza progressione interna
Si abbina bene con: un secondo monologo più attivo e relazionale, magari ironico o manipolatorio, per mostrare contrasto.
Monologo di Tommy da Trainspotting — dolore maschile trattenuto e fisico
Monologo di Joel da Se mi lasci ti cancello — fragilità maschile non esibita
Monologo di Paul da The Batman — confessione cupa, senso di colpa
Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sul “dolore” e più sulle immagini concrete che Mark sta rivivendo. In 28 giorni dopo, Noah Huntley regge la scena proprio perché non forza niente: lascia che il trauma passi nella voce, negli occhi, nelle pause. Ed è lì che questo monologo diventa davvero utile per un attore.

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