Il monologo di Paolo in \"Gli anni più belli\": onestà, amore e maschere sociali

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Siamo verso la seconda metà del film “Gli Anni più belli”. I personaggi hanno ormai alle spalle anni di scelte, errori, ricongiungimenti e perdite. Paolo è sempre stato il più silenzioso e riflessivo del gruppo, quello che osserva più che agire, quello che si porta dietro il peso degli ideali rimasti irrealizzati. Questo monologo non nasce come un discorso costruito a tavolino. È uno sfogo. Una frattura emotiva che si apre all’improvviso, in una situazione sociale apparentemente innocua, ma che diventa il pretesto per dire qualcosa di più grande: che siamo tutti – chi più, chi meno – vittime e artefici delle maschere che ci costruiamo per essere amati.

Lottate per il vostro futuro

MINUTAGGIO: 1:28:30-1:29:29
RUOLO: Paolo
ATTORE:
Kim Rossi Stuart
DOVE: Netflix



Allora ragazzi, ci siamo è… Tra pochi giorni, la maturità. Io sono molto tranquillo, so che farete bene. Ma so che farete bene per voi stessi, non per cercare l’approvazione e il riconoscimento altrui. Chi è schiavo del riconoscimento altrui vive sotto ricatto, è un vittimista, perché prima o poi arriverà sempre il momento in cui il riconoscimento altrui non c’è più. E allora la cosa più facile da fare è prendersela con tutti, prendersela col mondo intero perché non ci riconoscono ciò che siamo sicuri ci sia dovuto. Beh… allora me raccomando. Guardate davanti a voi, e non lamentatevi. Siete pronti per… per spiccare il volo. 

Gli anni più belli

"Gli anni più belli" (2020) di Gabriele Muccino è un film che si propone come una sorta di affresco generazionale, attraversando quarant’anni di storia italiana tramite le vicende di quattro amici: Giulio, Paolo, Riccardo e Gemma. La trama si muove tra ricordi personali e avvenimenti collettivi, in un continuo dialogo tra memoria e presente. È una narrazione che cerca di restituire il senso del tempo che passa, e di come questo tempo cambi le persone, i sogni e le relazioni. Tutto inizia negli anni '80. Giulio, Paolo e Riccardo sono tre adolescenti romani, amici inseparabili. A loro si aggiunge Gemma, giovane e brillante, che entrerà nelle loro vite lasciando un segno profondo. L’infanzia e l’adolescenza sono segnate da sogni idealisti, promesse di fedeltà eterna e una speranza ingenua verso il futuro. In quel primo atto si respira un’energia quasi da film di formazione, dove ogni gesto sembra avere un significato più grande, e ogni legame appare indistruttibile.

Col passare del tempo i personaggi cambiano, e le loro traiettorie si dividono.

Giulio (interpretato da Pierfrancesco Favino) è il più ambizioso. Da studente brillante e idealista, finisce per diventare un avvocato di successo, ma anche il più compromesso. È il personaggio che più riflette la tensione tra integrità e carriera, tra giustizia e convenienza.

Paolo (Kim Rossi Stuart) è il più introverso, un insegnante che cerca di restare fedele ai suoi ideali, ma vive con frustrazione la propria marginalità rispetto agli altri. È anche quello più ancorato a un’idea quasi romantica dell’amicizia e dell’amore.

Riccardo (Claudio Santamaria) sogna di diventare un giornalista, ma si scontra con la precarietà e con la crisi dell’editoria. È il personaggio che incarna la disillusione di una generazione che ha creduto nel potere della parola e dell’informazione.

Gemma (Micaela Ramazzotti) è una figura più mobile e tormentata. Oscilla tra i tre amici, vive relazioni sentimentali complesse e porta con sé una storia personale fatta di perdita e ricerca. Il suo ruolo è spesso quello di catalizzatore, la persona che più di tutti fa deflagrare i nodi emotivi del gruppo.

La narrazione segue questi personaggi dalla giovinezza fino all’età adulta, facendo tappa in momenti-chiave: la caduta del Muro di Berlino, Tangentopoli, l’attentato alle Torri Gemelle, la crisi economica del 2008. Ma Muccino non si concentra tanto sulla cronaca quanto sull'effetto che questi eventi hanno sulle persone comuni. La politica, l’economia e la società fanno da sfondo a un racconto più intimo: come si cambiano le persone in quarant’anni? E quanto resta di noi, dei nostri sogni, della nostra identità quando tutto intorno si trasforma?

Il film funziona come una lunga lettera al passato. Non c’è nostalgia patinata, né retorica da “come eravamo”: c’è piuttosto un senso di malinconia, di bilancio, di confronto tra ciò che si era e ciò che si è diventati.

Analisi Monologo

"Basta. Basta. Smettetela, smettetela tutti. Lo capisco. Lo capisco davvero bene." Paolo non sopporta più il gioco delle apparenze che vede intorno a sé. Il tono è accorato, ma non rabbioso. È la voce di uno che ha osservato a lungo in silenzio e adesso decide di parlare. Quando dice “Lo capisco. Lo capisco davvero bene”, non si mette in posizione giudicante. Anzi: si include nel problema. È un momento importante, perché toglie ogni patina di superiorità morale. Volete far vedere il vostro lato migliore. Avete vissuto una vita allegra e piena… Ma poi arrivano le insicurezze." Qui Paolo mette il dito nella ferita: la discrepanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo sembrare. È un punto che parla direttamente alla generazione cresciuta negli anni ’80 e ’90, ma anche a chi oggi vive immerso nei filtri dei social e nelle narrazioni personali costruite. Non è solo un problema individuale, è un fatto culturale.

"Inizi solo con una piccolissima esagerazione… finché il vero te… è irriconoscibile." Questa parte è centrale. Paolo descrive la trasformazione come un processo graduale, quasi innocente all’inizio. È un’osservazione sottile: nessuno mente per cattiveria, si comincia per insicurezza, per desiderio di essere accettati, amati, visti. Ma alla lunga, quel gioco si ritorce contro chi lo fa. "Non mentite soltanto a voi stessi, perché c’è una persona dall’altra parte di quella bugia..." Paolo sposta l’attenzione da sé al rapporto con l’altro. L’idea è che ogni maschera che indossiamo ha delle conseguenze su chi ci sta vicino. L’amore falso, basato su una versione idealizzata, è destinato a crollare. Non è solo un problema di identità, ma di responsabilità. "Se ho imparato qualcosa, è che l’amore non deve essere perfetto. Deve solo essere onesto." La chiusura ha una semplicità quasi disarmante. È una frase che potrebbe sembrare “scritta per colpire” – e in parte lo è – ma nel contesto della storia di Paolo, e di tutto ciò che ha vissuto, funziona. Perché Paolo è quello che ha sempre cercato l’amore senza compromessi, ma è anche quello che ha più sofferto proprio a causa della sua rigidità morale.

Conclusione

Il monologo di Paolo in "Gli anni più belli" funziona per un motivo preciso: non parla solo del personaggio, ma del pubblico. È uno specchio. Muccino lo inserisce in un punto del film in cui lo spettatore è emotivamente coinvolto, ma non ancora saturato. È un momento di pausa che diventa una riflessione sul sé, sull’amore, sulle maschere che ci costruiamo.

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