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~ LA REDAZIONE DI RC
Siamo alla fine dell’anno scolastico in “Wonder”. L’aula magna è piena, ci sono genitori, studenti, insegnanti. Ma questa non è una cerimonia come le altre. Non è solo una celebrazione dei risultati scolastici: è un momento di riconoscimento collettivo. Il preside prende la parola per consegnare la “medaglia Henry Ward Beecher”, un premio che – secondo la tradizione – va a chi si è distinto per impegno, spirito di servizio o leadership.
E invece, stavolta, il premio assume un significato diverso. Più profondo. Il preside sceglie di ridefinire pubblicamente cosa significa “merito”.
MINUTAGGIO: 1:42:00-1:43:30
RUOLO: Signor Tushman
ATTORE: Mandy Patinkin
DOVE: Netflix
Grazie coro, siete state bravissimi. Signore e signori miei, fanciulli e fanciulle. Diplomati. Il premio finale di questa mattinata è la medaglia Henry Ward Beecher, che onora studenti che si sono fatti apprezzare e sono stati esemplari. Di solito premiamo il volontariato. O il servizio alla scuola. Ma ho letto un passaggio di Ward Beecher, che mi ha fatto capire che un’opera di bene può arrivare in forme diverse. “La grandezza”, così scrisse, “Non risiede nell’essere forti, ma nel giusto uso della forza. E’ più grande colui la cui grandezza trascina il maggior numero di cuore grazie all’attrazione del proprio.” Senza ulteriori indugi, quest’anno sono veramente orgoglioso di insignire della medaglia Henry Ward Beecher lo studente la cui forza silenziosa ha trascinato la maggior parte dei cuori. Perciò, prego, August Pullman di venire qua sù a ritirare questo premio.
Wonder, film del 2017 diretto da Stephen Chbosky, tratto dal romanzo omonimo di R.J. Palacio. È una pellicola che apparentemente sembra semplice, con un tono delicato e un messaggio chiaro, ma in realtà lavora in maniera molto intelligente su più livelli: quello dell’identità, dell’empatia e della prospettiva. Al centro del film c’è August Pullman, detto Auggie, un bambino di dieci anni nato con una malformazione cranio-facciale, che ha subito numerosi interventi chirurgici fin dalla nascita. Auggie è stato educato a casa fino a quel momento, ma i suoi genitori decidono che è giunto il momento di iscriverlo in una scuola vera e propria: la Beecher Prep, una scuola media privata.
Il film racconta il primo anno di scuola di Auggie, tra ostacoli, pregiudizi e tentativi di integrazione, ma lo fa con una struttura narrativa interessante: alternando i punti di vista. Non si limita a mostrarci la storia attraverso gli occhi del protagonista, ma ci offre anche le prospettive degli altri personaggi chiave, come la sorella Via, l’amico Jack Will, e l’amica Miranda.
Una delle scelte narrative più interessanti è proprio quella di suddividere la trama in capitoli tematici, ognuno centrato su un personaggio. Questa struttura spezza l’idea che esista una sola verità o una sola storia: ogni personaggio vive gli eventi con il proprio bagaglio emotivo, le proprie ferite, i propri silenzi. E qui il film gioca bene, perché ci costringe a ricalibrare continuamente il nostro giudizio.
Auggie, interpretato da Jacob Tremblay, è ovviamente il cuore della storia. Il film ci mostra il suo tentativo di essere “normale” in un mondo che non lo guarda mai per quello che è, ma per come appare.
Via, la sorella maggiore, è un personaggio che potrebbe tranquillamente essere dimenticato in un altro film. Ma qui ha un suo spazio narrativo autonomo. Cresciuta nell’ombra delle attenzioni mediche rivolte ad Auggie, ha sviluppato una maturità precoce e una forte resilienza.
Jack Will, compagno di classe e amico di Auggie, rappresenta l’ambiguità dell’adolescenza. È un ragazzino buono, ma debole. Cede alla pressione sociale e ferisce Auggie, salvo poi cercare un modo sincero per riconciliarsi.
Miranda, amica di Via, è un altro esempio di come il film costruisca personaggi che vivono emozioni autentiche. Non è la “bella e popolare” nel senso stereotipato, ma una ragazza fragile, sola, che si reinventa per sentirsi accettata.
Temi principali
Identità – Il film lavora costantemente sul contrasto tra ciò che si vede e ciò che si è. Il volto di Auggie è la metafora più evidente, ma in realtà tutti i personaggi nascondono qualcosa dietro una “facciata”.
Empatia e riconoscimento – La frase chiave del film è una citazione di Wayne Dyer: "Quando puoi scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile". L’empatia non è presentata come una qualità automatica, ma come una scelta attiva. La gentilezza è un muscolo che va allenato.
Famiglia e assenza – I genitori di Auggie (Julia Roberts e Owen Wilson) sono presenti, affettuosi, ma inevitabilmente incentrati su di lui. Via e Miranda, due figure “satellite”, mostrano cosa succede quando ti senti trascurato, anche se nessuno lo ha fatto di proposito.
“Il premio finale di questa mattinata è la medaglia Henry Ward Beecher…” Tushman è un personaggio che ha sempre rappresentato l’equilibrio tra autorità e empatia. E questa scena ne è la conferma. Il monologo parte come un tipico discorso scolastico, ma presto prende una direzione più intima. “Ho letto un passaggio di Ward Beecher, che mi ha fatto capire che un’opera di bene può arrivare in forme diverse.” Questa frase è il cuore ideologico del discorso. Non è tanto la citazione a colpire, ma il modo in cui il preside si mette in discussione. Ammette di aver rivisto il significato stesso del premio grazie a una nuova lettura. È un adulto che impara, proprio come gli studenti. E qui Wonder ribadisce una delle sue idee portanti: l’empatia è un processo attivo, non una qualità che si possiede una volta per tutte.
Poi arriva la citazione: “La grandezza non risiede nell’essere forti, ma nel giusto uso della forza…” Questa frase funziona su più livelli. Prima di tutto, si oppone all’idea di forza come dominio o superiorità. Parla invece di una forza silenziosa, relazionale, che si manifesta nell’effetto che abbiamo sugli altri. E qui il parallelismo con Auggie diventa chiaro: il suo coraggio non è fisico, ma morale. Non impone, ma ispira.
“Colui la cui grandezza trascina il maggior numero di cuori…” Il linguaggio usato è volutamente fuori dal tempo: sembra quasi appartenere a un altro secolo. Ma questo tono solenne funziona, perché sottolinea quanto l’esperienza di Auggie sia diventata un punto di riferimento per tutta la scuola. Il bambino che all’inizio era evitato nei corridoi, ora viene descritto come qualcuno che ha toccato i cuori di tutti, senza mai forzare nulla.
Infine, l’annuncio: “August Pullman, vieni qui a ritirare questo premio.” Una frase semplice, detta senza enfasi, e proprio per questo più potente. Nessuna retorica. Solo il riconoscimento sincero di un percorso. E anche qui, come nel resto del film, Wonder evita la trappola del sentimentalismo. Non ci sono violini, lacrime o rallenty. Solo un bambino che si alza in piedi. E il silenzio collettivo che lo accoglie, finalmente, per quello che è.
Questo discorso del Preside Tushman serve a chiudere un cerchio. A riconoscere pubblicamente che la “normalità” non è un parametro estetico, ma una costruzione sociale che può (e deve) essere decostruita. E Tushman lo fa nel modo migliore: dando un premio, ma cambiandone il criterio.
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