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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo del Sarto ne Il falsario è una scena di potere esercitato attraverso il controllo e la parola. Ambientato durante il funerale di Balbo, questo discorso mostra come un antagonista possa dominare una scena senza alzare la voce, usando educazione, calma e sottotesto come armi. Analizzare questo monologo significa capire come la recitazione possa rendere una minaccia invisibile, come il linguaggio istituzionale diventi violenza silenziosa e come il vero potere non abbia bisogno di esplodere per farsi sentire.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:12:50-1:13:40
Durata: 50 secondi
Il film si apre con il rumore secco e ipnotico di una macchina da scrivere. Una voce racconta che, tra gli anni Settanta e Ottanta, a Roma è vissuto un falsario. Questa è solo una delle sue possibili storie.
Sotto una pioggia battente, sul Lungotevere, un uomo sale su un’auto parcheggiata. Racconta le sensazioni provate nel giorno della sua morte. Dentro l’abitacolo lo attende un killer che lo uccide senza esitazione. Subito dopo, un cartello riporta lo spettatore indietro nel tempo: tre anni prima, Lago della Duchessa.
Qui conosciamo Toni, un giovane pittore che disegna paesaggi davanti al lago. A raggiungerlo sono due amici d’infanzia: Fabio, operaio inquieto e sempre più vicino alla lotta armata, e Vittorio, un prete mite ma non privo di ambizioni. I tre partono insieme per Roma, convinti, forse ingenuamente, che stiano per fare qualcosa di grande. Nella Capitale Toni sopravvive come artista di strada, disegnando volti di sconosciuti e dormendo al freddo. La svolta arriva quando incontra una ragazza che lo introduce in un ambiente completamente diverso: una casa elegante dove si tiene una mostra. Qui Toni osserva un pittore famoso, chiamato semplicemente “l’artista”, e soprattutto Donata, gallerista carismatica e magnetica. Toni intuisce subito che quel mondo è fatto di apparenze, denaro e potere. Quando Donata scopre che è capace di copiare perfettamente un autoritratto del Bernini, lo mette alla prova: se riuscirà a replicare un Modigliani in modo indistinguibile dall’originale, lei tornerà.
Mentre Toni lavora ossessivamente alla copia, Fabio ricompare nella sua vita. È entrato nelle Brigate Rosse e gli chiede aiuto per un colpo in un’armeria. La rapina finisce nel caos: un carabiniere viene colpito, Fabio resta ferito, e solo l’intervento di Vittorio evita il peggio. Ma Toni ha ormai messo un piede in un mondo pericoloso. La copia del Modigliani è perfetta. Donata la vende per milioni e Toni scopre che il suo talento può renderlo ricco. La sua ascesa è rapidissima. Nei locali notturni entra in contatto con Balbo, boss della Banda della Magliana, che intuisce subito l’utilità di Toni. Da quel momento il pittore diventa il “falsario” della banda.
Balbo gli offre un atelier, protezione e soldi. In cambio, Toni deve lavorare per loro. È in questo contesto che assiste al suo primo omicidio: un uomo viene ucciso a sangue freddo perché sospettato di parlare troppo. Toni è sconvolto, ma sceglie di restare.
La sua vita cambia completamente. Vive con Donata, guadagna cifre enormi, realizza documenti falsi, passaporti, opere d’arte. Tra questi lavori conosce Sansiro, un giovane armato e ingenuo, con cui nasce un rapporto ambiguo, quasi affettuoso. Intanto Fabio continua a coinvolgerlo nelle attività delle Brigate Rosse. Gli chiede una macchina da scrivere, uno strumento apparentemente innocuo che diventerà centrale nella storia.
Quando alla radio arriva la notizia del rapimento di Aldo Moro, il film entra nella Storia con la S maiuscola. Toni viene contattato da un uomo misterioso e potentissimo: il Sarto. È lui a commissionargli un falso comunicato delle BR che annuncia la morte di Moro. Toni lo realizza con precisione chirurgica. L’Italia precipita nel caos.
Da questo momento Toni capisce di essere diventato qualcosa di diverso da un semplice falsario: è un ingranaggio di un sistema oscuro che muove politica, criminalità e istituzioni. La situazione degenera. Balbo viene eliminato, Donata non regge più quella vita, Fabio viene ucciso dalla polizia dopo aver consegnato a Toni un documento fondamentale: il memoriale originale di Aldo Moro. Toni prova a usarlo come salvacondotto per uscire dal sistema, ma il Sarto arriva sempre prima.

Buono, buono, va bene così, va bene così. E’ una giornata difficile per tutti, bisogna essere comprensivi. Mi dispiace molto per il suo amico, Toni. Anche se… posso dire? Una reazione così da lei non me l’aspettavo, eh? Una botta di coraggio. Ma il coraggio bisogna poterselo permettere, Toni. E sa un’altra cosa che non si può permettere? La curiosità. Tutte queste domande che fa in giro su chi siamo, cosa facciamo, come è morto il suo amico… che dice… la smettiamo con questa sceneggiata e torniamo da persone educate? Si? Ci serve il memoriale del Presidente. Non quello pubblicato dai giornali, ovviamente. Voglio l’integrale. Non siamo i soli a cercarlo, ma… forse il suo amico può aiutarci ad essere i primi ad averlo.
“Buono, buono, va bene così, va bene così..”: tono basso, quasi carezzevole; non è calma, è comando travestito; ritmo cadenzato come per sedare un cane; sguardo fermo, nessun bisogno di alzare la voce; micro-pausa dopo la seconda ripetizione per far sentire: “decido io quando finisce”.
“E’ una giornata difficile per tutti, bisogna essere comprensivi.””: frase da galateo, ma con veleno sotto; accento su “tutti” (include Toni, lo incornicia); sorriso minimo, educato; postura composta, quasi da uomo di Stato.
“Mi dispiace molto per il suo amico, Toni.”: condolenza perfetta, fredda; “il suo amico” crea distanza (non dice “Balbo”); su “Toni” aggancio diretto, come una mano sul collo più che sulla spalla.
“Anche se… posso dire?”: pausa netta dopo “anche se” (la frusta); “posso dire?” non chiede permesso: lo concede a sé stesso; sguardo leggermente inclinato, cortesia da predatore.
“Una reazione così da lei non me l’aspettavo, eh?”: qui lo ridimensiona; “da lei” formalizza e mette distanza, come se Toni fosse un ragazzino; “eh?” leggero, quasi scherzoso, ma è una spilla.
“Una botta di coraggio.”: la frase va detta come diagnosi; piccolo sorriso; non ammirazione, classificazione; micro-pausa dopo, per lasciare Toni appeso.
“Ma il coraggio bisogna poterselo permettere, Toni.”: qui arriva la sentenza; rallenta, scandisci “poterselo permettere”; “Toni” finale come chiodo: lo riporta sotto controllo; sguardo calmo, nessun’aggressività evidente.
“E sa un’altra cosa che non si può permettere?”: domanda retorica, tono da insegnante; pausa prima di “non si può permettere” per far crescere l’aria; sopracciglio appena sollevato, come se la risposta fosse ovvia.
“La curiosità.”: parola singola, taglio chirurgico; volume più basso, più pericoloso; nessun gesto, immobile; pausa dopo, lunga il giusto per farla diventare minaccia.
“Tutte queste domande che fa in giro su chi siamo, cosa facciamo, come è morto il suo amico…”: elenco che stringe; ritmo regolare, controllato, come un verbale già pronto; su “in giro” fai sentire che Toni è osservato; “come è morto” va detto con apparente noncuranza, proprio per ferire.
“che dice…”: finta leggerezza, de-escalation teatrale; mezzo sospiro, come se Toni stesse dando spettacolo; sguardo laterale, brevissimo, per far capire che ci sono occhi addosso.
“la smettiamo con questa sceneggiata e torniamo da persone educate?”: qui l’umiliazione è elegante; “sceneggiata” è uno schiaffo in guanto; su “persone educate” fai sentire il sottotesto: tu non lo sei; sorriso cortese, ma occhi fermi.
“Si?”: piccolo, quasi gentile; non alzare l’intonazione troppo, deve essere un sigillo; pausa immediata dopo, come se la risposta fosse già stata data.
“Ci serve il memoriale del Presidente.”: cambio registro: dal galateo all’operativo; tono asciutto, professionale; “ci serve” non è richiesta, è ordine; postura stabile, niente enfasi.
“Non quello pubblicato dai giornali, ovviamente.”: “ovviamente” con un filo di disprezzo; sorriso appena accennato come a dire: “non siamo dilettanti”; ritmo leggermente più veloce, come una precisazione superflua.
“Voglio l’integrale.”: secco, definitivo; qui puoi abbassare ancora il volume: più è basso, più è potente; nessun sorriso; pausa dopo, piena.
“Non siamo i soli a cercarlo, ma…”: qui introduce l’urgenza senza agitarsi; “ma…” è un uncino: lascia sospeso un attimo, guarda Toni come a misurare quanto capisce.
“forse il suo amico può aiutarci ad essere i primi ad averlo.”: “forse” è finto: è già deciso; “il suo amico” ancora distanza, strumentalizzazione; su “i primi” fai sentire la posta in gioco (competizione tra poteri); chiusura con calma totale, come se avesse appena fatto una richiesta banale.
Questo monologo del Sarto è un esercizio di potere puro mascherato da educazione. La scena si svolge in un luogo simbolicamente fortissimo – il funerale – e proprio per questo il personaggio può permettersi di non alzare mai la voce. Il Sarto non reagisce alla rabbia di Toni: la assorbe, la disinnesca e la rimette al suo posto con una calma che è già una minaccia. Fin dall’attacco (“Buono, buono, va bene così”), il linguaggio è quello di chi non sta trattando alla pari, ma sta gestendo una crisi come farebbe un funzionario, un intermediario abituato a dominare ambienti ostili senza sporcarsi le mani.
Ogni frase è costruita per riportare Toni dentro un perimetro di comportamento accettabile. Le parole sulla “giornata difficile per tutti” e sulla necessità di essere comprensivi non hanno alcuna empatia reale: servono a ricordare che esistono delle regole, un codice sociale che Toni sta violando. Il Sarto usa la cortesia come strumento di controllo, non come forma di rispetto. Anche il cordoglio per l’amico morto è calibrato, impersonale (“il suo amico”), e serve più a marcare una distanza che a creare vicinanza.
Il cuore del monologo è il continuo ribaltamento dei ruoli. Toni arriva inferocito, ma nel giro di poche battute viene trasformato in qualcuno che ha “osato troppo”. Il Sarto non lo rimprovera apertamente: lo classifica. Definisce la sua reazione come una “botta di coraggio”, ma subito chiarisce che il coraggio è un lusso, qualcosa che non tutti possono permettersi. Qui emerge il vero tema del personaggio: il potere come accesso, non come forza. Chi non è nella posizione giusta non può essere curioso, non può fare domande, non può nemmeno permettersi di capire.
La parola “curiosità” è il vero colpo di scena del monologo. Non viene presentata come un difetto morale, ma come un errore strategico. Il Sarto lascia intendere che Toni è già osservato, che le sue domande “in giro” sono note, monitorate. Non c’è bisogno di una minaccia esplicita: basta far capire che ogni passo fuori linea è già registrato. La richiesta di “tornare da persone educate” è un’umiliazione raffinata, che riporta Toni al suo posto senza mai scendere sul piano dello scontro.
Quando il discorso si sposta sul memoriale del Presidente, il linguaggio cambia ulteriormente: diventa operativo, asciutto, quasi amministrativo. Il Sarto smette di recitare il ruolo del mediatore civile e mostra quello che è davvero: un uomo che muove informazioni e tempi. Non chiede, non propone: enuncia un bisogno. Anche la competizione con altri soggetti (“non siamo i soli a cercarlo”) serve a creare pressione senza agitazione, come se il tempo fosse già scaduto.
La chiusura, con il riferimento all’“amico” che potrebbe aiutarli a essere i primi, è la sintesi perfetta del personaggio. Il Sarto non alza mai il livello emotivo, ma lascia Toni davanti a una scelta obbligata. Il controllo totale della situazione non nasce dalla forza, ma dalla certezza di avere sempre un’alternativa. Questo rende il monologo disturbante e potentissimo: non assistiamo a una minaccia, ma a una dimostrazione di dominio.

La sera della presentazione eccezionale del quadro di Napoleone a ze Pippo, che ne è estasiato, l’uomo torna a casa e trova Donata con le valigie, che non può più sopportare questo stile di vita. Le notizie non sono finite: Balbo muore in un incidente d'auto: qualcuno gli ha tagliato i freni. Toni capisce subito il nesso con il Sarto, e non appena lo vede al cimitero quasi gli salta addosso. Il Sarto non si scompone e gli chiede un’altra commissione con il suo amico delle BR, Bruno: vuole il memoriale integrale del Presidente, non quello messo in giro dai giornali.
Toni rifiuta e in tutta risposta riceve a casa degli uomini che gli rompono le mani. In ospedale riceve la visita di Ze Pippo, che gli dà una lezione: la pazienza, nella vita, è una virtù. Così come il silenzio, sembra addirittura il mandante dei malviventi. Toni ha perso l’uso delle mani, questo per diversi mesi, e non si sente più utile a nulla. Un giorno va a visitare Vittorio, al quale aveva donato dei soldi in beneficenza per una nuova mensa per i poveri. Qui trova anche Fabio, che gli chiede un nuovo passaporto, deve espatriare. Toni accetta, ma prima li invita a giocare a pallone, un ultima volta. Toni torna da Donata, chiedendogli di sposarlo e promettendole di cambiare, e scoprendo che la donna aspetta un figlio da lui.
Toni realizza il passaporto falso, e si congeda con Fabio, che gli consegna il documento di Moro, originale. I due si salutano, per l’ultima volta. Dopo poco la polizia arriva e uccide Fabio. Ma il documento ora è nelle mani di Toni, che sa che sarà il salvacondotto per uscire da qeusta situazione e con l’aiuto di Vincenzo lascia il prezioso documento in un deposito abbandonato. Con la banda organizza il colpo del secolo: ruba 30 miliardi di lire da un deposito sull’Aurelia, spacciandosi per le brigate Rosse.
Ma il Sarto sa che dietro c’è lui, e quando si incontrano, ora è Toni che ha il coltello dalla parte del manico, avendo il documento di Moro. Ma apparentemente, perché il Sarto va proprio da Vittorio, minacciandolo e ricattandolo, dato che sa tutto, del giro di affari in cui era anche lui, dei suoi legami con Toni, e soprattutto… dato che il Sarto stesso ha rapporti altissimi con il Vaticano. Toni riceve la visita di Sansiro, chiamato per ucciderlo. Ma Sansiro gli dice che ricorda il debito che aveva con lui e che è disposto ad aiutarlo, dicendogli che non ha tempo.
Toni corre al nascondiglio e scopre che i documenti non ci sono più, li ha già presi il Sarto, al quale Vittorio si è venduto. E Sansiro deve consegnare un corpo al Sarto. Toni ha un’ultima, folle ida: lui e Vittorio si somigliano tutto, e Toni deve andare via… Toni lascia una lettera a Vittorio, che l’uomo legge nel ristorante sul tevere dove si vedevano sempre. Nella lettera, Toni fa capire che sa tutto, e che sta cercando di scappare e lascia a Vittorio l’ultima cosa che gli è rimasta: la sua macchina. Lui e Toni sono uguali… lo diceva sempre anche sua moglie… e al Sarto, serve un corpo… Vittorio arriva al ristorante a piedi e legge la lettera di Toni, che ha anche le chiavi della macchina. Vittorio entra in auto. Nell’auto di Toni. Dentro, Sansiro, che uccide Vittorio. Sul tevere, Toni entra in un taxi, con Donata felice. Ma l’uomo non dice un parola. La donna non sa ma capisce.
Regista: Jeff Tremaine
Sceneggiatura: Rich Wilkes, Amanda Adelson
Cast: Douglas Booth (Nikki Sixx); Trace Masters (Vince Robert); Iwan Rheon (Mick Mars)
Dove vederlo: Netflix

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