Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Paola Cortellesi ai David di Donatello 2018 è uno di quei testi che sembrano semplici, quasi leggeri, e invece ti lasciano addosso un disagio preciso. Parte da un gioco linguistico, quasi da una filastrocca civile, e finisce per smontare un intero sistema culturale. Questa è la sua intelligenza: non alza subito la voce, ma ti porta dove vuole lei.
MONOLOGO DI PAOLA CORTELLESI - DAVID DI DONATELLO 2018
Buonasera. Questa sera ho qui un piccolo elenco di parole preziose. E’ impressionante vedere come nella nostra lingua, alcuni termini che al maschile hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile, assumono improvvisamente un altro senso. Cambiano radicalmente, diventano…diventano un luogo comune. Ecco, un luogo comune un po ' equivoco. Che poi, a guardar bene, è sempre lo stesso. Ovvero, un lieve ammiccamento verso la prostituzione. Vi faccio un esempio. Un cortigiano, maschile. Un cortigiano: un uomo che vive a corte. Una cortigiana? Una…una m…una mignotta. Un massaggiatore: un kinesiterapista. Una massaggiatrice? Una mignotta. Un uomo di strada: un uomo del popolo. Una donna di strada? Una mignotta. Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso. Una donna…disponibile? Una mignotta. Un passeggiatore: un uomo che cammina. Una passeggiatrice? Una mignotta. Un uomo con un passato. Ecco, un uomo con un passato è un uomo che ha avuto una vita, in qualche caso, non particolarmente onesta, ma che vale la pena di raccontare. Una donna con un passato? Una mignotta. Uno squillo: il suono del telefono. Una squillo? Dai, non la dico nemmeno. Non la dico. Un uomo di mondo: un gran signore. Una donna di mondo, una grande mignotta. Uno che batte: un tennista che serve la palla. Una che batte?! Non dico manco questa. Un uomo che ha un protettore: un intoccabile raccomandato. Una donna che ha un protettore, una mignotta. Un buon uomo: un uomo probo. Una buona donna? Una mignotta. Un uomo allegro? Un buon tempone. Una donna allegra, una mignotta. Un gatto morto: un felino deceduto. Una gatta morta? Una mignotta. Uno zoccolo: una calzatura di campagna. Una zoccola?
Ecco quest’elenco, quest’elenco, non l’ho fatto io. Quest’elenco lo ha scritto un uomo, sì un uomo pensate, si chiama Stefano Bartezzaghi, il professor Stefano Bartezzaghi che è un enigmista, un giornalista, un grande esperto del linguaggio. Grazie Bartezzaghi per aver scritto questo elenco di ingiustizie. Io che sono donna le sento da tutta la vita e non me n’ero mai accorta. Però questa sera non voglio fare la donna che, che si lamenta, che sta qui che recrimina. No, per carità lungi da me. Però, certo…anche nel lessico dico, noi donne, un pò discriminate lo siamo, no? Cioè io quel filino di discriminazione io lo avverto, magari sono io, però io lo avverto no, un pò lo percepisco. Però, per fortuna, sono soltanto parole. Mh. Certo. Se le parole fossero la traduzione dei pensieri, eh no allora sarebbe grave. No, allora sarebbe proprio un incubo, fin da piccoli. All’asilo, un bambino maschio potrebbe iniziare a maturare l’idea che le bambine siano meno importanti di lui. Da ragazzo crescere nell’equivoco che le ragazze siano in qualche modo di tua proprietà. Mh, e poi da adulto…è solo un’ipotesi, eh, ma se fosse così potrebbe pensare sia giusto che sul lavoro le sue colleghe vengano pagate meno. E a quel punto, non gli sembrerebbe grave neppure offenderle, deriderle, toccarle, palpeggiarle, come si fa con la frutta matura per controllare le mucche da latte. Eh, se fosse così potrebbe diventare anche pericoloso, si si. Una donna adulta, o anche giovanissima, potrebbe essere aggredita, picchiata, sfregiata dall’uomo che la ama. Eh. Uno, un oche la ama talmente tanto, da pensare che lei e anche la sua vita siano roba sua. E quindi può farne quello che vuole. No ma sono soltanto parole, per fortuna, soltanto parole per carità. Ma se davvero le parole fossero la traduzione dei pensieri, un giorno potremmo sentire delle affermazioni che hanno dell’incredibile. Frasi offensive e senza senso, come queste: “brava, sei una donna con le palle. Chissà quella che ha fatto per lavorare. Certo anche lei, però, se va in giro vestita così. Dovresti essere contenta se ti guardano. Lascia stare, sono cose da maschi. Te la sei cercata”. Per fortuna, sono soltanto parole. Ed è un sollievo sapere che tutto questo, finora, da noi. Non è mai accaduto.

La struttura è chiarissima. Cortellesi presenta una serie di parole maschili e femminili che, passando da un genere grammaticale all’altro, cambiano significato in modo clamoroso. Il risultato è sempre lo stesso: quando il termine diventa
femminile, scivola spesso verso un sottotesto sessuale o denigratorio.
Questa prima parte ha un andamento quasi comico, scandito dalla ripetizione della stessa conclusione. Ma il monologo non si ferma al gioco lessicale. Dopo aver mostrato il meccanismo, Cortellesi lo allarga. Dice: attenzione, sono “soltanto parole”. E subito dopo incrina quella frase, perché se le parole traducono i pensieri, allora quelle deformazioni linguistiche raccontano una deformazione culturale molto più profonda.
Da qui il testo si apre su scenari concreti: l’educazione dei bambini, il possesso maschile sulle donne, la disparità sul lavoro, le molestie, la violenza, fino al femminicidio. Il finale è gelido perché finge ancora di minimizzare, mentre in realtà inchioda il pubblico davanti all’evidenza.
Qui il “personaggio” coincide quasi con una figura pubblica consapevole del proprio ruolo. Paola Cortellesi non costruisce una maschera teatrale in senso classico, ma una presenza scenica precisa: intelligente, controllata, ironica, mai vittimistica. Ed è una scelta fondamentale.
Cortellesi evita il tono del comizio e anche quello della lamentela. Anzi, per un tratto sembra quasi scusarsi, minimizzare, alleggerire. Ma è una strategia. Più si trattiene, più il contenuto arriva forte. Il punto migliore è questo equilibrio tra misura e ferocia. Non c’è bisogno di gridare. Il testo sa benissimo che basta mettere certe parole una accanto all’altra per far emergere l’assurdo. E quella lucidità rende la voce scenica ancora più autorevole.
Il primo meccanismo è la ripetizione. L’elenco di esempi crea un ritmo comico, quasi da sketch, ma quella comicità non è fine a se stessa: serve a mostrare quanto il pregiudizio sia sedimentato nella lingua. La risata nasce dalla riconoscibilità, e proprio per questo punge.
Il secondo meccanismo è il rovesciamento. Ogni volta che sembra arrivare una battuta, il testo fa un passo oltre. Dalla lingua si passa alla mentalità, dalla mentalità al comportamento, dal comportamento alla violenza. È una progressione molto efficace, perché accompagna il pubblico senza brusche forzature.
Poi c’è l’uso dell’ironia difensiva. Frasi come “sono soltanto parole” o “magari sono io” sono chiaramente antifrastiche. Fingono di alleggerire, ma in realtà denunciano il modo in cui il problema viene sempre sminuito. Tenetela a mente, questa strategia, perché è il vero motore del monologo.
Dal punto di vista scenico, il testo vive sull’alternanza tra sorriso e gelo. Prima ti mette a tuo agio, poi ti toglie il terreno sotto i piedi. E qui arriva la sua grande qualità: non ti predica dall’alto, ti coinvolge nel meccanismo e poi ti obbliga a riconoscerlo.
Il monologo di Paola Cortellesi funziona così bene anche per un motivo tecnico, oltre che politico: usa la retorica dell’intrattenimento per costruire una denuncia che arriva più a fondo proprio perché non si presenta subito come tale. È una strategia molto intelligente, e vale la pena soffermarcisi.
All’inizio il pubblico viene portato dentro un elenco quasi comico. La struttura è semplice, ripetitiva, riconoscibile. Un termine al maschile ha un significato neutro o persino positivo; lo stesso termine al femminile scivola immediatamente verso un sottinteso sessuale, svilente o ridicolizzante. La ripetizione crea ritmo, e il ritmo produce attesa. Ogni esempio prepara il successivo. Lo spettatore capisce il meccanismo e quasi lo anticipa. Qui nasce la risata. Ma attenzione: non è una risata di alleggerimento puro. È una risata di riconoscimento.
E questo è il punto cruciale. Ridiamo perché quelle parole le conosciamo. Fanno parte del nostro lessico, della nostra abitudine, del nostro orecchio sociale. Il monologo ci mette davanti a una violenza incorporata nella lingua senza introdurla con un tono solenne. E proprio per questo disarma le difese. Se il testo partisse già in forma apertamente accusatoria, una parte del pubblico si metterebbe subito sulla difensiva. Invece Cortellesi ti accompagna, ti fa sorridere, e quando sei già dentro al meccanismo ti costringe a guardarlo per quello che è.
Non attacca frontalmente: stringe il cerchio. Prima mostra il sintomo linguistico, poi ne rivela la radice culturale, poi le conseguenze concrete. È una costruzione a imbuto. Dalla parola si passa al pensiero, dal pensiero al comportamento, dal comportamento alla discriminazione, dalla discriminazione alla violenza. Non ci sono strappi, e proprio per questo il monologo riesce a farti percepire la continuità tra cose che spesso, nel discorso pubblico, vengono separate: “sono solo parole”, “sono solo battute”, “sono solo atteggiamenti”, “non è poi così grave”. Cortellesi smonta questa scala di minimizzazioni una dopo l’altra.
Molto forte è anche l’uso dell’antifrasi. Quando dice che non vuole stare lì a lamentarsi, o quando finge che si tratti soltanto di parole, il testo sta facendo l’opposto di quello che dice. Sta mostrando quanto spesso alle donne venga chiesto di non esagerare, di non drammatizzare, di non risultare pesanti. Devo dirlo, questo è uno dei punti più acuti del monologo: non denuncia solo il sessismo esplicito, ma anche il tono con cui il sessismo viene normalizzato e ridotto a nulla.
C’è poi una progressione emotiva molto calibrata. All’inizio prevale l’intelligenza del gioco verbale. Poi arriva il disagio. Poi la rabbia trattenuta. Infine il gelo. Il finale, infatti, è costruito in modo quasi crudele: dopo aver elencato una serie di scenari che vanno dalla svalutazione alla violenza maschile sulle donne, il testo chiude fingendo che per fortuna tutto questo non sia mai accaduto. È una frase ironica, certo, ma è soprattutto una condanna secca della realtà. Nessun bisogno di spiegare oltre. Basta quell’ultima torsione.
Dal punto di vista performativo, il monologo chiede grande controllo. Non funziona se viene caricato troppo, perché perderebbe precisione. La sua forza sta nella nettezza, nell’apparente semplicità, nella misura con cui ogni esempio viene offerto al pubblico. È quasi una lezione di tempo comico messo al servizio di un discorso civile. E non è cosa da poco. Far convivere ironia e denuncia è difficilissimo: spesso o si banalizza il contenuto o si schiaccia la forma. Qui invece l’equilibrio regge.
Prima sorridi, poi ti correggi, poi capisci che quel sorriso faceva parte del problema. Ed è lì che il monologo diventa davvero potente: nel momento in cui ti accorgi che non sta parlando solo “degli altri”, ma del linguaggio che abitiamo tutti.
Il monologo di Paola Cortellesi ai David 2018 è un testo di denuncia costruito con una precisione quasi chirurgica. Parte dal lessico, mostra la cultura che quel lessico contiene e arriva fino alle sue conseguenze più concrete e violente.
La sua forza non sta solo nel contenuto, ma nella forma. Non sermoneggia, non si compiace della propria indignazione, non cerca scorciatoie emotive. Ti porta dentro un gioco di parole e poi ti fa capire che quel gioco, in realtà, è il problema.
Non è un monologo teatrale classico, certo. Ma è un testo scenico di rara efficacia. E il fatto che oggi continui a essere citato dice molto: aveva colpito il bersaglio.

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