Pulse Netflix: il monologo di Harper e il peso emotivo di una scelta “giusta”

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Harper, finora figura marginale nella serie “Pulse”, emerge improvvisamente in questa scena come testimone diretto di uno dei momenti più vulnerabili di Danny. Non è una scena costruita per fare scalpore. È una confessione detta con tono basso, quasi da colpa condivisa. Harper parla da sorella, ma anche da persona che ha, nel bene e nel male, innescato una catena di eventi con conseguenze pesanti. Questo monologo è importante perché, per la prima volta, ci mostra la storia della denuncia contro Xander dalla prospettiva di chi ha dato il consiglio “giusto” al momento “sbagliato”.

Ho fatto un casino

STAGIONE 1 EPISODIO 8

MINUTAGGIO: 20:52-22:06
RUOLO: Harper
ATTRICE:
Jessy Yates
DOVE: Netflix



Non ha voglia di parlare con me. Il weekend del ritiro, è venuta in camera mia e mi ha detto tutto e io… non l’avevo mai vista così. Era completamente persa. Si sentiva in trappola perché era innamorata di lui, ma così sarebbe diventata un’arrivista approfittatrice. Dio quanto ero arrabbiata con lui, per averla messa in quella posizione. E’ il suo capo. La volevo difendere. E proteggere. Così le ho detto di denunciarlo. E l’ha fatto. Ma controvoglia. Temeva quello che avrebbero pensato tutti, soprattutto tu. E ora… io mi sento molto responsabile di quella che è diventata davvero una bruttissima situazione. 

Pulse

“Pulse, tra lavoro e tossicità”. Ma è anche solo l’inizio. Perché Pulse è una storia che prende il genere “procedural” – quello in cui ogni episodio ha il suo caso clinico – e lo usa come cornice per raccontare qualcosa di molto più intimo e incandescente: il cortocircuito tra potere e vulnerabilità, tra affetti e ambizione, tra etica e desiderio. Il cuore pulsante della serie è il Maguire Medical Center di Miami, il centro traumatologico più trafficato della città. Ma in Pulse, l’ospedale non è solo un luogo di cura: è una vera e propria trincea emotiva. Non a caso la storia comincia proprio nel momento in cui il caos esterno – l’arrivo imminente di un uragano – si riflette e amplifica quello interno.

Nel mezzo della crisi climatica, un’altra tempesta prende forma tra i corridoi dell’ospedale: quella generata dalla sospensione del brillante capo degli specializzandi, il dottor Xander Phillips, e dalla promozione improvvisa della giovane dottoressa Danny Simms, che si ritrova a dover guidare un team sconvolto proprio a causa della sua denuncia verso lo stesso Xander, suo ex amante e mentore.

Danny è uno di quei personaggi che sembrano costruiti per dividere il pubblico. Non è un’eroina lineare. È emotivamente disordinata, impulsiva, brillante, profondamente umana. Il suo passato con Xander, fatto di una relazione segreta e sbilanciata, riemerge come una ferita ancora aperta proprio nel momento in cui dovrebbe dimostrare autorevolezza e sangue freddo.

E qui entra in gioco uno dei grandi temi della serie: cosa succede quando sei chiamato a essere un leader in un ambiente che ti ha visto nella tua versione più vulnerabile? Danny si muove costantemente in equilibrio tra colpa e determinazione, e la serie la segue da vicino, spesso lasciandoci nei suoi silenzi, nei suoi scatti d’ira, nella fatica con cui si prende il proprio spazio. Xander è carismatico, brillante, sicuro di sé. Ma è anche un personaggio sfaccettato, che passa da momenti di apparente fragilità a derive manipolatorie che lo rendono difficile da leggere. È il classico medico di successo che ha sempre vissuto all’interno di una bolla di privilegi, e che ora si ritrova a fare i conti con una realtà in cui i suoi comportamenti hanno conseguenze reali.

Analisi Monologo

“Non ha voglia di parlare con me.” La frase d’apertura è disarmante nella sua semplicità. Non ci sono premesse, non c’è difesa: Harper è già colpevole, o almeno si sente tale. E non per aver fatto qualcosa contro Danny, ma per aver provato a salvarla e aver peggiorato tutto. “Era completamente persa. Si sentiva in trappola perché era innamorata di lui, ma così sarebbe diventata un’arrivista approfittatrice.” Qui Harper descrive con esattezza il dilemma tossico in cui si è trovata Danny. Non è solo il trauma della relazione con un superiore. È la trappola della percezione esterna: quella che ti spinge a screditare te stessa prima che lo facciano gli altri. Se denunci, sei vendicativa. Se non lo fai, sei complice. Se parli, sei debole. Se taci, sei colpevole. Harper questo lo capisce, ma da fuori. E lo dice con la lucidità amara di chi non ha mai voluto decidere per l’altra, ma alla fine lo ha fatto.

“Così le ho detto di denunciarlo. E l’ha fatto. Ma controvoglia.” Questo è il centro del monologo. La denuncia contro Xander, che finora nella serie era stata letta come un gesto di rottura, qui viene spogliata del suo eroismo narrativo. È stato un atto forzato. Giusto? Forse. Necessario? Probabile. Ma comunque contro la volontà di chi lo ha compiuto, e per questo portatore di conseguenze emotive difficilissime. Harper non si mette in cattedra, ma prende atto: ha spinto Danny a un passo doloroso, convinta di proteggerla. E ora ne paga il peso. “Temeva quello che avrebbero pensato tutti, soprattutto tu.”

Questa battuta è cruciale perché sottolinea un’altra componente della storia: il giudizio interno al gruppo di lavoro. In Pulse, l’ospedale è una comunità chiusa, quasi claustrofobica. E Danny, fragile e impulsiva, ha sempre temuto lo sguardo degli altri più della sua stessa fragilità. Harper lo sa. E, rivelando questa paura, la espone ancora di più.

“E ora… io mi sento molto responsabile.” La chiusura del monologo non cerca scuse, non cerca consolazione. È un’ammissione nuda: anche fare la cosa giusta può avere conseguenze devastanti, se chi la compie non è pronto, o non lo fa per sé. Harper non è un carnefice. È un personaggio che ha agito per amore, ma ha sottovalutato la portata di ciò che stava toccando.

Conclusione

Questo monologo è breve, ma costruito con cura. Funziona non solo per la scrittura, ma per quello che rappresenta nel meccanismo narrativo di Pulse. La serie, spesso focalizzata su dinamiche mediche e tensioni romantiche, qui si prende un momento per mostrare l’effetto collaterale delle buone intenzioni.

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