Pulse: Il Monologo di Xander e il Fallimento che lo Ha Segnato per Sempre

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~ LA REDAZIONE DI RC

Introduzione al monologo

Questo monologo segna un punto di svolta per il personaggio di Xander in “Pulse”. Non siamo più davanti al medico brillante e sicuro, ma a un uomo che ammette il proprio fallimento. Dopo episodi di tensioni, accuse, sospensioni e dinamiche tossiche con Danny (Willa Fitzgerald), Xander si spoglia di ogni armatura, per la prima volta senza filtri né scuse.

La scena arriva in un momento di profonda crisi, sia personale che professionale. E il tono è radicalmente diverso rispetto a tutto quello che abbiamo visto prima: qui non c’è difensiva, non c’è superiorità, non c’è manipolazione. Solo vergogna e dolore.

Sono un fallimento

STAGIONE 1 EPISODIO 8
MINUTAGGIO:
17:39-19:30
RUOLO:  Xander
ATTORE:
Colin Woodell
DOVE: Netflix



Allora… avevo un paziente di nome Julio. Aveva vent’anni. Quando è arrivato, il pronto soccorso era allo stremo. E la dottoressa Broussard voleva che mi sbrigassi. Così ho fatto in fretta e… penso di aver lesionato un baso. Ci penso ogni volta che entro in una postazione. Ogni volta che lavoro su un paziente. Potevo convivere con l’errore, ma mia madre ha voluto insabbiare tutto. Si chiedevano perché fossi stato trasferito qui. Immagino sia stato allora che sono nate quelle voci sulle altre donne, e… non potevo smentirle, l’accordo di riservatezza avrebbe distrutto me e la mia famiglia. Ma è comunque colpa mia. Perché l’ho permesso. E me ne vergogno. Mia madre l’ha fatto per preservare la mia carriera, ma… ha pensato anche a non rovinare la sua. Così mi ha intrappolato in una gabbia senza uscita. Sono proprio un coglione. Io mi riferisco a te. Avevi ragione. Sono stato pressante, non… non dovevo metterti in questa posizione. Ti avrei dovuta ascoltare. Ascoltare cosa volessi. Cosa ti servisse. Mi dispiace, Danny. Mi dispiace tanto.

Pulse

La serie Pulse, creata da Zoe Robyn con Carlton Cuse (sì, proprio Lost e Bates Motel), parte dal presupposto classico del medical drama — un ospedale, un’urgenza, un team sotto pressione — ma lo contamina con qualcosa di profondamente intimo: il caos delle relazioni tossiche in ambienti lavorativi chiusi, intensi, totalizzanti. Il risultato è un racconto dove l’adrenalina dei casi clinici si intreccia in modo indissolubile con il peso dei rapporti personali, e ogni turno in corsia diventa anche uno scontro silenzioso tra desideri, segreti e rimorsi. Al centro di Pulse c’è Danny Simms, specializzanda al terzo anno in medicina d'urgenza. Una figura costruita sul contrasto: è empatica e brillante, ma anche impulsiva e poco incline a gestire la pressione emotiva. L’ospedale dove lavora — il Maguire Medical Center di Miami — è il teatro di una promozione inaspettata: Danny viene nominata capo degli specializzandi al posto di Xander Phillips, suo ex mentore e amante, sospeso per una denuncia di comportamento inappropriato. La denuncia arriva da Danny stessa.

Da qui parte una narrazione tutta giocata sul filo del rimosso, della tensione non detta, della lotta tra passato e presente. Danny e Xander devono lavorare insieme, chiusi in un ospedale in lockdown a causa dell’arrivo di un uragano, mentre i dettagli della loro storia — fatta di passione, manipolazione e potere — cominciano a trapelare. Il loro è un rapporto che si è nutrito delle gerarchie e degli squilibri, e che adesso si rifrange sulla dinamica di reparto. I colleghi sono costretti a prendere posizione, o a sopportare il peso delle tensioni che non li riguardano direttamente ma che li coinvolgono in pieno. In un ambiente dove ogni errore può costare una vita, le emozioni non gestite diventano mine vaganti.

Il vero motore della serie è la riflessione su come il potere — anche quello esercitato inconsapevolmente — può deformare le relazioni. Xander non è un villain tradizionale.

È carismatico, brillante, fragile. Ma è anche un uomo abituato a gestire, a dirigere, a essere ascoltato. Il suo rapporto con Danny si sviluppa in una zona opaca, in cui i sentimenti non cancellano le dinamiche di controllo.

La promozione di Danny, arrivata dopo la denuncia, è un'arma a doppio taglio: è un passo avanti nella carriera, certo, ma anche l'inizio di una spirale di solitudine e giudizio. Non tutti la vedono come una vittima, alcuni colleghi mettono in discussione la sua credibilità. E lei, pur determinata, appare spesso sopraffatta da un senso di colpa e rabbia che non riesce a razionalizzare.

Analisi Monologo

"Avevo un paziente di nome Julio. Aveva vent’anni. [...] Penso di aver lesionato un baso." Il racconto parte da un errore clinico, e già qui c’è un cambio di registro. Xander ammette di aver sbagliato, non con arroganza o minimizzando, ma con un senso di colpa che torna ogni volta che entra in una stanza. È un errore che lo accompagna, che non riesce a dimenticare, nonostante cerchi di farlo. È un errore che lo definisce. "Potevo convivere con l’errore, ma mia madre ha voluto insabbiare tutto." Qui cambia il focus. Il problema non è più l’errore in sé, ma la gestione del dopo. La madre di Xander — figura che non vediamo, ma che aleggia come un fantasma potente — prende il controllo della narrazione. Non per salvare il figlio, ma per proteggere la “linea familiare”, la reputazione, la carriera. Non c’è una vera redenzione concessa: solo copertura e spostamento. Da lì nasce il trasferimento al Maguire Hospital.

"Non potevo smentirle, l’accordo di riservatezza avrebbe distrutto me e la mia famiglia." Xander è intrappolato non solo nell’errore, ma in un accordo che lo costringe al silenzio. E in quel silenzio, le voci sulle “altre donne” iniziano a circolare. Il non detto diventa un’accusa. Non può difendersi perché il sistema — e la sua stessa famiglia — gli ha tolto la voce. "È comunque colpa mia. Perché l’ho permesso. E me ne vergogno." Xander si assume la responsabilità non solo dell’errore medico, ma della codardia morale. Non ha alzato la voce. Non ha fatto chiarezza. Ha lasciato che una narrazione si costruisse sopra di lui, senza mai fermarla. E ne porta il peso.

"Mia madre l’ha fatto per preservare la mia carriera, ma… ha pensato anche a non rovinare la sua." Xander capisce che la protezione materna era in realtà una forma di controllo. La famiglia, qui, non è un rifugio, ma una struttura di potere. E lui ne è un ingranaggio, non un beneficiario. "Così mi ha intrappolato in una gabbia senza uscita." Xander descrive la sua condizione come quella di un uomo incastrato: dalla madre, dal sistema medico, dai segreti, dalle accuse non chiarite. L’immagine della gabbia è forte, perché suggerisce che anche le sue azioni peggiori (quelle con Danny) non nascono solo da un desiderio o da un impulso, ma da una lunga, continua perdita di controllo sulla propria vita.

"Sono proprio un coglione. Io mi riferisco a te." Qui Xander si rivolge direttamente a Danny. È un’ammissione piena, diretta, senza difese. Riconosce di averla messa in una posizione insostenibile, di non averla ascoltata, di averle mancato di rispetto. Ed è il primo momento in cui la parola scusa non è uno strumento per uscire dai guai, ma un riconoscimento del danno fatto.

Conclusione

Questo monologo è il punto più basso — e per certi versi il più autentico — del personaggio di Xander. È il momento in cui smette di difendere un’immagine e si confronta con il proprio vuoto. L’errore clinico, la madre manipolatrice, il silenzio forzato, le voci, la vergogna: tutto esplode in un’unica, lunghissima confessione.

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