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~ LA REDAZIONE DI RC
Quando un personaggio come Supergirl arriva al cinema dopo anni di versioni più o meno riuscite, il rischio è sempre quello di ritrovarsi davanti all’ennesimo film di supereroi che cambia il costume ma non cambia davvero lo sguardo. Craig Gillespie, però, prova a spostare tutto altrove. E infatti stavolta questo film prende la struttura del cinecomic e la sporca con il western spaziale, con il lutto, con la rabbia.
La storia parte senza svelare subito tutte le sue ferite. Kara Zor-El vive in fuga da sé stessa, viaggia per la galassia con Krypto, beve troppo, scherza poco e sembra una che ha smesso da tempo di voler essere un simbolo. Il problema è che l’incontro con Ruthye Marye Knoll la costringe a rimettere mano al dolore, al concetto di giustizia e persino al proprio posto nell’universo. Scopriamolo nel finale di Supergirl.
Attenzione: spoiler

Kara Zor-El è interpretata da Milly Alcock, e la cosa migliore del film è che non prova mai a farcela sembrare più simpatica del necessario. È stanca, cinica, spesso ubriaca, e soprattutto è una sopravvissuta che non si è mai davvero perdonata di essere rimasta viva. Ruthye Marye Knoll, interpretata da Eve Ridley, entra in scena come una ragazzina in cerca di vendetta, ma molto presto diventa qualcosa di più: uno specchio brutale di ciò che Kara potrebbe ancora diventare. Krem delle Colline Gialle, interpretato da Matthias Schoenaerts, è invece il male più concreto possibile: un predatore, un trafficante, uno che usa il potere come se il resto dell’universo fosse solo materiale da consumare.
E qui arriviamo al punto cruciale: il film costruisce tutto sul rapporto tra Kara e Ruthye, non su quello con Superman. David Corenswet appare come Clark Kent / Kal-El / Superman, ma resta sullo sfondo, quasi a ricordarci che questa volta il centro non è il mito kryptoniano classico, ma una ragazza distrutta che non sa più che farsene dell’idea di eroismo. Quando Ruthye chiede aiuto a Kara, non le sta solo chiedendo di inseguire un assassino. Le sta chiedendo di scegliere da che parte stare.
Poi succede il disastro: Kara prova a non immischiarsi nella vendetta di Ruthye, ma Krem le porta via anche l’ultima cosa che le importa davvero. Le ruba la nave, le devasta la fuga e soprattutto avvelena Krypto. Ed è qui che il film fa una scelta furba, perché trasforma una missione apparentemente morale in una corsa disperata e molto più egoista: Kara non parte per salvare il mondo, parte per salvare il suo cane. E nel frattempo il film infila pianeti ostili, pirati, briganti, spose rapite e incontri assurdi come quello con Lobo, interpretato da Jason Momoa, che entra in scena come se fosse il cugino tossico che si presenta alla cena di Natale con una moto, tre cicatrici e zero voglia di comportarsi bene. Ma il peggio deve ancora venire.
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C'è una scena che cambia tutto. Kara arriva sul pianeta dove si nascondono i briganti convinta di poter risolvere la situazione con la forza, come farebbe qualsiasi kryptoniana sotto un sole giallo. Solo che lì il sole è verde, e il suo corpo smette di risponderle. La invulnerabilità sparisce, la sicurezza pure, e quello che resta è una ragazza ferita, vulnerabile, quasi impotente.
È il passaggio decisivo del film, perché per la prima volta Kara non può più contare sul fatto di essere Supergirl. Deve farsi aiutare. Deve essere vista mentre fallisce. E deve accettare che Ruthye, che lei continua a trattare come una ragazzina da proteggere, è già dentro la stessa spirale di dolore che lei non ha mai elaborato. Il giorno dopo, Ruthye finisce nelle mani di Krem e Kara capisce che non può più rimandare il confronto con ciò che è diventata.
Supergirl, Ruthye e Lobo fermano Krem, recuperano l’antidoto e salvano Krypto. Ma la vera domanda è un’altra: cosa succede dentro Kara nel momento decisivo? Perché quando finalmente Krem è sconfitto, il film non si limita a chiudere un arco d’azione. Chiude un conflitto morale.
Kara ripete più volte a Ruthye che la vendetta non riempirà il vuoto. La frena, la ammonisce, la supplica di non trasformarsi in qualcuno dominato solo dal trauma. Sembra quasi voler salvare Ruthye da sé stessa. La parte tragica è che, nel farlo, Kara capisce di non essere mai riuscita a salvare sé stessa allo stesso modo.
Ruthye si allontana. Non uccide Krem. E allora è Kara a prendere la spada e a farlo lei. Non perché il film voglia farci esultare, ma perché Kara conosce la differenza tra giustizia e vendetta, ma non è ancora abbastanza in pace da scegliere sempre la prima.
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Perché Kara uccide Krem? Per due motivi principali. Il primo è pratico: Krem è un mostro che continuerà a fare del male, e il film non lo romanticizza mai. Il secondo, però, è emotivo, ed è quello che conta davvero: Kara prende su di sé l’atto che ha appena impedito a Ruthye di compiere.
È quasi un sacrificio morale. Come se dicesse: tu puoi ancora scegliere di non farti divorare da questa ossessione, io invece sono già abbastanza compromessa da portarmi addosso questo peso. O forse, più cinicamente, Kara non sopporta l’idea che Ruthye conservi una purezza che lei ha perso da tempo. E allora compie il gesto al posto suo, per proteggerla ma anche per confermare la propria identità di creatura spezzata.
La conseguenza concreta è chiara: Kara salva Krypto, chiude la caccia, ma non esce dalla storia come una santa. Esce come qualcuno che ha fatto la cosa forse necessaria nel modo più triste possibile.

Il vero significato di questo finale sta in quello che Craig Gillespie racconta neanche troppo tra le righe: diventare adulti non coincide automaticamente col diventare migliori. A volte significa solo imparare a convivere con ferite che non guariscono mai del tutto. Kara non è Superman, e il film insiste su questo con una certa cattiveria. Kal-El è cresciuto sulla Terra, con genitori amorevoli, con una bussola morale più stabile. Kara no. Kara ha visto morire un mondo intero.
Il film parla di trauma, di sopravvivenza e di ipocrisia morale. Perché è facile dire “non vendicarti” quando non hai mai sentito quel vuoto. Kara invece quel vuoto lo conosce benissimo.


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