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~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Maitre Vaudenay da Saint Omer è interessante perché ti costringe a fare una cosa che in un provino vedo raramente fatta bene: difendere senza assolvere, commuovere senza supplicare, pensare mentre parli. Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri autorevolezza, precisione verbale e una progressiva apertura emotiva senza cadere nell’enfasi da arringa televisiva, questo pezzo fa per te.
Film/Serie: Saint Omer
Personaggio: Maitre Vaudenay
Attrice: Aurélia Petit
Minutaggio: 1:45:04 - 1:51:53
Durata monologo: 5 minuti e 59 secondi
Difficoltà: 9/10 — eloquenza, controllo, pensiero e progressione interna
Emozioni chiave: lucidità, compassione, fermezza, indignazione, pietà
Adatto per: provini teatrali, drama legale, ruoli d’autorità, personaggi colti
Dove vederlo: Amazon Prime Video
In Saint Omer, Maitre Vaudenay è l’avvocata difensora di Laurence Coly, una donna accusata di aver ucciso la figlia. Questo monologo arriva nella parte decisiva del processo: non è una semplice sintesi difensiva, ma un tentativo di spostare lo sguardo della giuria dal fatto nudo alla domanda più scomoda, cioè cosa abbia portato Laurence a quel gesto. Per chi lavora sul pezzo, il contesto è tutto: Vaudenay non parla da amica, non parla da madre, non parla da vittima. Parla da professionista che sceglie di usare il linguaggio come strumento di verità. In Saint Omer, Aurélia Petit costruisce una presenza che parte giuridica e diventa quasi umana nel senso più profondo del termine, senza mai perdere il rigore.

Questa è la storia, Signore e Signori della giuria, di una donna fantasma. Una donna che nessuno vede, che nessuno conosce. È la storia di una lenta scomparsa, una tragica discesa negli inferi nella quale una madre ha condotto sua figlia. Si è macchiata del peggior crimine: l’infanticidio. Ha ucciso sua figlia e lo ha ammesso. È insopportabile per noi, una cosa incomprensibile. Una madre che uccida una figlia che ha accudito per 15 mesi. Fa più comodo vederla come un mostro. Un mostro va sconfitto. Allora aprite il codice penale e la condannate. Ma se lo farete, Signore e Signori della giuria, avrete emesso una sentenza. Ma non avrete fatto giustizia. Avrete solo risposto alla domanda più facile, ma non alla domanda che con la responsabilità dei giudici sareste obbligati a porvi. E se non vi porrete questa domanda, resterete su quella spiaggia shockati per l’orrore di quel crimine. Perché? Che cosa ha spinto Laurence Coly a uccidere sua figlia che ha amato e protetto fino a quell’istante? Perché non ucciderla alla nascita? Perché è morta Elise? Elise è morta perché sua madre è una folle e perché nella sua follia sua madre pensava di proteggerla. Provate ad immaginare i due estremi del suo percorso. Immaginate questa ragazza piena di sogni e ambizioni che arriva a Parigi e chiedetevi: come ha fatto a trasformarsi in una donna segregata, invisibile, che non esce più dall’Atelier del suo compagno? Quando va a casa di Luc Dumontet, Laurence Coly non ha un soldo. Non ha più un conto in banca o un assegno sociale. Non è iscritta all’università. Comincia a sentire delle voci. Ha delle allucinazioni, fa sogni spaventosi, dei segni tragici che ha paura di decifrare. A parte qualche chiamata alla madre, non ha più contatti col mondo esterno. Si ritrova in una solitudine così dura, da poterla quasi toccare. Ed è in quel contesto che scopre di essere incinta, che darà alla luce sua figlia. In realtà, Laurence Coly non nasconde né la sua gravidanza, né il parto. Nasconde se stessa, non può mostrarsi. Ha troppa paura. Allora ecco la stregoneria. Capisco che, anche un giovane avvocato alle prime armi farebbe a pezzi una strategia difensiva basata sulla stregoneria. Se dovessi parlarvene sarebbe solo per ricordarvi le conclusioni della perizia psichiatrica. La stregoneria non è che la manifestazione del delirio di Laurence Coly. Questa donna ha bisogno di essere curata. In prigione non sarebbe possibile. Condannarla a una lunga pena sarebbe pari che condannarla alla follia. Vorrei terminare, Signore e Signori della giuria, parlando di una cosa che mi ha particolarmente colpita. Laurence Coly ha imparato a essere madre su internet. E ha fatto quello che poteva, ha cercato di lottare, di resistere. Ma ha perso. Nessuno poteva aiutarla o poteva comprenderla. E non la comprendiamo ancora, Laurence Coly. Vorrebbero farvi credere che è una bugiarda, arrogante, manipolatrice. Un mostro, insomma. Ma proprio questa mattina, Laurence mi ha raccontato una storia. Un sogno nel quale Elise era con lei in prigione. Quando aprivo la porta della sua cella, Elise correva a nascondersi sotto la mia toga di avvocato. Laurence sa che Elise sarà sempre con lei. Perché è parte di lei. Ciò che vi sto raccontando non è poesia. È scienza. Sappiamo che in gravidanza le cellule e il DNA della madre migrano verso il feto, ma non tutti sanno che lo scambio avviene in entrambi i sensi, cioè le cellule del feto migrano verso gli organi della madre. Si distribuiscono in tutto il corpo, dal cervello alla punta dei piedi. Fin dopo il parto, anche se la gravidanza non è portata a termine, queste cellule persistono nella donna, a volte per tutta la vita. Madre e figlio sono quindi incastonati uno nell'altro, inestricabilmente. Non possiamo farci niente, è biologia. Sapete come gli scienziati chiamano queste cellule? Cellule chimeriche, come la chimera, il mostro mitologico. Un essere composto da parti di animali diversi. La testa di un leone, il corpo di una capra, la coda di un serpente. Quindi, Signore e Signori della giuria, io dico che noi donne siamo tutte delle chimere. Portiamo dentro di noi la traccia delle nostre madri e delle nostre figlie, che a loro volta portano la nostra. È una catena infinita. Siamo per certi versi tutte dei mostri. Ma mostri terribilmente umani.
“Questa è la storia, Signore e Signori della giuria, di una donna fantasma.”: attacco pulito, senza gridare; sguardo ampio sulla giuria; su “donna fantasma” abbassa appena il tono, come se nominassi un vuoto.
“Una donna che nessuno vede, che nessuno conosce.”: usa una doppia cesura breve; il secondo “nessuno” un filo più netto; niente pietismo, solo constatazione.
“È la storia di una lenta scomparsa…”: qui il ritmo si allunga; lascia lavorare le
consonanti di “lenta scomparsa”; il busto resta verticale, nessun gesto illustrativo.
“Si è macchiata del peggior crimine: l’infanticidio.”: secca, frontale; non addolcire “infanticidio”; è importante non proteggere il pubblico.
“Ha ucciso sua figlia e lo ha ammesso.”: dilla senza oscillazioni emotive; micro-pausa dopo “figlia”; serve far sentire la realtà del fatto.
“Fa più comodo vederla come un mostro. Un mostro va sconfitto.”: qui entra l’argomentazione; su “mostro” non fare facce, lascia che pesi da sola; la seconda frase più corta e dura.
“Allora aprite il codice penale e la condannate.”: leggero affondo ironico, ma controllato; la mano può appena aprirsi, come a consegnare un gesto meccanico.
“Ma se lo farete… avrete emesso una sentenza. Ma non avrete fatto giustizia.”: ottima occasione per il contrasto; prima frase lineare, seconda più lenta; su “giustizia” tieni lo sguardo fisso.
“Avrete solo risposto alla domanda più facile…”: qui devi pensare davvero; non correre; fai sentire che la lingua sta scavando, non recitando.
“Perché? Che cosa ha spinto Laurence Coly…”: la domanda va lanciata alla giuria, non sputata addosso; piccolo passo d’energia in avanti, anche solo vocale.
“Perché non ucciderla alla nascita? Perché è morta Elise?”: due colpi secchi; non aver paura della brutalità logica; il pezzo vive anche di questo coraggio.
“Elise è morta perché sua madre è una folle…”: attenzione: non è una sentenza isterica; tono fermo, quasi clinico; poi ammorbidisci appena su “pensava di proteggerla”.
“Provate ad immaginare i due estremi del suo percorso.”: invito attivo; apri il respiro; qui stai portando la giuria dentro una ricostruzione.
“Immaginate questa ragazza piena di sogni e ambizioni…”: lascia apparire un’ombra di compassione, non commozione piena; il viso si umanizza per un attimo.
“Quando va a casa di Luc Dumontet, Laurence Coly non ha un soldo…”: entra nella parte fattuale; ritmo scandito, da dossier; ogni frase è un mattone.
“Comincia a sentire delle voci. Ha delle allucinazioni…”: qui niente mistero; stai definendo un quadro; pronuncia netta, senza colorare di occulto.
“Si ritrova in una solitudine così dura, da poterla quasi toccare.”: rallenta su “quasi toccare”; micro-pausa prima della virgola; è una delle immagini più forti del pezzo.
“Nasconde se stessa, non può mostrarsi.”: questa va detta con precisione chirurgica; non spiegare, afferma; sguardo dritto.
“Allora ecco la stregoneria.”: frase chiave; un filo di amara lucidità; non sarcasmo largo, solo consapevolezza.
“Capisco che, anche un giovane avvocato alle prime armi…”: qui entra l’intelligenza del personaggio; mezzo sorriso appena accennato, subito sparito; non compiacerti.
“La stregoneria non è che la manifestazione del delirio…”: tono fermo, quasi medico; togli ogni aura poetica; stai riportando il caso al suo nucleo.
“Questa donna ha bisogno di essere curata.”: linea semplice, pulita; la semplicità qui è tutto; non premere troppo.
“Condannarla a una lunga pena sarebbe pari che condannarla alla follia.”: aumenta di un grado la gravità; su “follia” non scendere nel melodramma.
“Laurence Coly ha imparato a essere madre su internet.”: frase devastante proprio perché quotidiana; dilla piano, quasi incredula ma senza giudicare.
“E ha fatto quello che poteva… Ma ha perso.”: prima parte più distesa, poi taglio netto su “ha perso”; niente tremolio vocale.
“Vorrebbero farvi credere che è una bugiarda…”: qui torna la difesa strategica; ritmo più serrato; elenca senza cantilena.
“Ma proprio questa mattina, Laurence mi ha raccontato una storia.”: cambiare clima; abbassa appena il volume; qui porti dentro un’immagine intima.
“Quando aprivo la porta della sua cella…”: raccontala quasi come un fatto semplice; non favoleggiare; la forza sta nella concretezza del sogno.
“Ciò che vi sto raccontando non è poesia. È scienza.”: doppio asse fondamentale; prima frase morbida, seconda tagliata con precisione; fai sentire la svolta.
“Madre e figlio sono quindi incastonati uno nell’altro…”: qui il ritmo si fa più avvolgente; lascia lavorare “incastonati”; nessuna retorica morbida.
“Non possiamo farci niente, è biologia.”: frase da inchiodare; sguardo fermo, nessun gesto; quasi un verdetto naturale.
“Sapete come gli scienziati chiamano queste cellule?”: domanda controllata, non teatrale; è una preparazione, non una strizzata d’occhio.
“Cellule chimeriche, come la chimera…”: pronuncia precisa, elegante; non giocare al simbolismo, lascia che arrivi da sé.
“Quindi… noi donne siamo tutte delle chimere.”: questa è la vetta del monologo; allarga appena la presenza, non il volume; deve sembrare una scoperta maturata, non uno slogan.
“Siamo per certi versi tutte dei mostri. Ma mostri terribilmente umani.”: chiusura da non urlare; rallenta su “terribilmente umani”; lascia un piccolo silenzio finale, senza smorfie conclusive.
Questo monologo di Maitre Vaudenay da “Saint Omer” funziona perché tiene insieme tre registri che di solito, a provino, vengono separati male: la precisione razionale, la compassione profonda e una dimensione quasi filosofica. Io credo che il cuore di questa scena sia nel passaggio continuo tra diritto e carne. L’avvocata non sta solo difendendo un’imputata: sta chiedendo alla giuria di sostenere il peso della complessità.
Il punto chiave è che Maitre Vaudenay non assolve Laurence. Anzi, parte proprio dal crimine e dal suo orrore. La sua forza sta nel non togliere nulla alla gravità del fatto e nel pretendere comunque uno sguardo umano. È una differenza enorme.
Attenzione a non cadere nella trappola dell’arringa brillante. In Saint Omer, Aurélia Petit non cerca applausi. Ogni passaggio è costruito per aprire una domanda, non per chiuderla. Se fai il pezzo tutto su una linea alta, retorica, perdi la progressione. Serve invece un arco: dall’ordine giuridico alla compassione, e dalla compassione a una verità quasi biologica, primitiva, femminile.

Funziona per:
provini per avvocate, docenti, magistrate, figure d’autorità
ruoli femminili colti con forte tenuta verbale
scuole di recitazione che chiedono pensiero e argomentazione
provini cinema o teatro in cui vuoi mostrare rigore e profondità
Evitalo se:
ti chiedono un pezzo breve e immediato
hai poca dimestichezza con il testo argomentativo lungo
il provino cerca leggerezza o spontaneità colloquiale
Si abbina bene con: un secondo monologo più intimo e spezzato, ad esempio Nicole da Marriage Story, per mostrare il contrasto tra eloquenza pubblica e fragilità privata.
Monologo di Nicole da Marriage Story — lucidità verbale, ferita trattenuta
Monologo di Martha da Pieces of a Woman — dolore pensato, non esibito
Monologo di Lydia da Tár — autorità, controllo, intelligenza scenica
Monologo di Erin da Erin Brockovich — difesa feroce, tensione morale
Se lavori su questo pezzo, concentrati sulla progressione: non partire già “grande”. Questo monologo femminile per provino da Saint Omer funziona quando sembra che il pensiero si faccia strada davanti a noi, frase dopo frase. E devo dirlo: è uno di quei pezzi che ti obbligano a essere davvero presente, non solo brava.

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