Monologo di Jacopo (Eduardo Scarpetta) in La legge di Lidia Poët: testo e analisi dell’articolo del “Martello”

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Monologo di Jacopo (Eduardo Scarpetta) da "La legge di Lidia Poët": l’articolo del “Martello”

Questo monologo di Jacopo da La legge di Lidia Poët è interessante perché ti permette di lavorare su una cosa rara nei provini: l’indignazione civile senza trasformarla in comizio. Se stai cercando un monologo maschile per provino che mostri intelligenza, coscienza politica, precisione verbale e senso del bersaglio, questo fa per te. La trappola, semmai, è farlo troppo “nobile”: invece deve avere sangue, urgenza e una punta di rabbia trattenuta.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: La legge di Lidia Poët, stagione 3

  • Personaggio: Jacopo

  • Attore/Attrice: Eduardo Scarpetta

  • Stagione/Episodio: Stagione 3 Episodio 2

  • Minutaggio: 40:51-42:10

  • Durata monologo: 1 minuto e 29 secondi

  • Difficoltà: 7/10 — oratoria civile, ritmo lucido, zero enfasi retorica

  • Emozioni chiave: indignazione, lucidità, coraggio, responsabilità, fermezza

  • Adatto per: provini drama, ruoli giornalistici, idealisti, intellettuali combattivi

  • Dove vederlo: Netflix

Contesto essenziale

In La legge di Lidia Poët, Jacopo prende posizione attraverso il suo giornale, Il Martello, in difesa di Lidia e soprattutto di Grazia, donna travolta da un processo pubblico e morale ancora prima che giudiziario. Il senso della scena è tutto qui: non sta parlando solo di cronaca, ma di potere, di narrazione, di come una donna possa essere trasformata in bersaglio collettivo nel momento stesso in cui prova a sopravvivere alla violenza. Jacopo, interpretato da Eduardo Scarpetta, usa la parola giornalistica come presa di posizione etica. Non è una sfuriata privata. È un’assunzione di responsabilità pubblica. E proprio per questo, per un attore, il monologo chiede rigore: bisogna sembrare mossi da convinzione, non innamorati della propria eloquenza.

Testo del monologo

“L’impegnato lettore sarà forse stupito di vedere che il nostro giornale dà tanto rilievo ad una vicenda apparentemente privata. Ma è nostra convinzione che il privato sia in larga misura pubblico. Questo è sempre vero. Ogni volta che si tratta di rapporti di forza, di dominio o di abuso. Ma è ancora più vero quando una singola persona, e non uso per caso il femminile, semplicemente sospettata di aver usato violenza, viene offerta da una stampa irresponsabile al feroce giudizio dei lettori. Un giudizio che somiglia di più al barbarico linciaggio di un capro espiatorio che non a un civile desiderio di giustizia. Da oggi, però, il nostro giornale alzerà la sua voce, a cominciare dall’intervista al dottor Tullio Munari. Il medico condotto che per primo poté constatare i segni delle brutali violenze che questo presunto eroe di guerra ha inflitto nel corso degli anni a sua moglie Grazia. Inoltre, da questo momento io stesso seguirò in presenza lo svolgimento del processo, passo dopo passo. Fino a che la giustizia non avrà fatto il suo corso.”

Note di recitazione riga per riga

“L’impegnato lettore sarà forse stupito di vedere...”: attacco controllato, quasi editoriale. Non partire con foga. Qui Jacopo prende la mano al pubblico e lo conduce. Tono chiaro, ritmo medio, postura composta.

“...che il nostro giornale dà tanto rilievo ad una vicenda apparentemente privata.”: appoggia bene “apparentemente privata”. È lì che si apre il tema centrale. Può aiutare una piccola sospensione prima di “privata”, come se volessi già incrinare quella definizione.

“Ma è nostra convinzione che il privato sia in larga misura pubblico.”: frase chiave. Va detta con fermezza semplice, senza slogan. Non alzare il volume: alza la precisione. Lo sguardo qui può farsi più diretto.

“Questo è sempre vero.”: battuta breve da isolare. Lasciala respirare. È una dichiarazione di principio, quasi una colonna portante del ragionamento.

“Ogni volta che si tratta di rapporti di forza, di dominio o di abuso.”: qui lavora per gradazione. Ogni termine deve avere un peso diverso: forza, dominio, abuso. Non correre sull’elenco. Fallo cadere come tre gradini che portano sempre più giù.

“Ma è ancora più vero quando una singola persona...”: cambio di intensità. Allarga leggermente il respiro, come se dal principio astratto passassi al caso concreto. Qui il pensiero si fa più urgente.

“e non uso per caso il femminile”: questa è una stoccata molto bella da recitare. Dilla con lucidità, non con compiacimento. Un accenno minimo del sopracciglio basta: stai mostrando consapevolezza politica, non vanità intellettuale.

“semplicemente sospettata di aver usato violenza...”: rallenta appena su “semplicemente sospettata”. Il punto è smascherare l’eccesso del giudizio pubblico. Fai sentire l’ingiustizia prima ancora della prova.

“viene offerta da una stampa irresponsabile...”: qui entra la rabbia, ma trattenuta. Non fare il giornalista indignato da melodramma. Piuttosto, usa un tono che sa esattamente dove sta puntando il dito.

“al feroce giudizio dei lettori.”: lascia un piccolo peso su “feroce”. Non gridarlo. Deve suonare come una constatazione amara, non come un’accusa isterica.

“Un giudizio che somiglia di più al barbarico linciaggio...”: qui il linguaggio si alza e devi sostenerlo senza gonfiarti. Tieni il fiato saldo e spezza internamente la frase. Il rischio è diventare declamatorio.

“...di un capro espiatorio...”: immagine forte. Va detta più bassa, quasi con

disgusto trattenuto. Un mezzo irrigidimento della mandibola può aiutare.

“...che non a un civile desiderio di giustizia.”: qui fai sentire il contrasto. “civile desiderio di giustizia” va detto come un ideale tradito, non come formula astratta.

“Da oggi, però, il nostro giornale alzerà la sua voce...”: cambio netto. Non sei più solo nell’analisi, entri nell’azione. Il tono si apre, il corpo può avanzare appena. È il momento in cui Jacopo si espone in prima persona.

“a cominciare dall’intervista al dottor Tullio Munari.”: qui torna la concretezza. Pronuncia il nome con precisione. Il monologo acquista forza quando alterna pensiero e fatti.

“Il medico condotto che per primo poté constatare...”: tono quasi da dossier. Questo passaggio deve sembrare verificabile, fondato. Jacopo non è solo appassionato: è armato di elementi.

“i segni delle brutali violenze...”: qui non indulgere nel macabro. Appoggia “brutali” con severità, non con spettacolo. L’immagine deve colpire, non compiacere.

“che questo presunto eroe di guerra...”: su “presunto” c’è una lama. Rallenta appena, come se stessi smontando una maschera pubblica. È uno dei punti più gustosi del pezzo, ma va tenuto elegante.

“ha inflitto nel corso degli anni a sua moglie Grazia.”: qui il tono si fa più grave. La durata del dolore conta. Fai sentire “nel corso degli anni” come qualcosa di sedimentato, sistemico.

“Inoltre, da questo momento io stesso seguirò in presenza...”: passaggio personale. Jacopo esce dal “noi” del giornale e dice “io”. Questo scarto va marcato con decisione sobria. Il personaggio si mette in gioco.

“lo svolgimento del processo, passo dopo passo.”: bella chiusura intermedia. “passo dopo passo” va scandito con regolarità, quasi fosse una promessa di vigilanza.

“Fino a che la giustizia non avrà fatto il suo corso.”: conclusione ferma, non enfatica. Non chiuderla come un proclama eroico. Meglio una determinazione asciutta, come una linea tracciata per terra.

Nel complesso, l’errore più comune è recitare questo pezzo come un editoriale letto bene. Non basta. Devi dare l’impressione che Jacopo stia scegliendo pubblicamente da che parte stare, con tutti i rischi del caso. Questo monologo è interessante proprio perché unisce pensiero e presa di posizione: se manca uno dei due, si sgonfia.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché mette nelle mani dell’attore una forma di energia meno frequente rispetto ai pezzi più emotivi: la responsabilità civile. Non c’è un dolore confessato, non c’è una fragilità scoperta, non c’è una lite domestica. C’è una mente che collega i fatti, li interpreta e decide di esporsi. Per un provino, questa è materia preziosa perché fa emergere ascolto, articolazione del pensiero e qualità della parola.

Il cuore di questa scena sta nel passaggio dal commento all’impegno. All’inizio Jacopo sembra spiegare una linea editoriale. Poi capisci che sta facendo qualcosa di più: sta dicendo “io non starò a guardare”. Il punto chiave è proprio questo scatto etico. Se l’attore lo coglie, il monologo non resta un testo bello da dire, ma diventa un’assunzione di rischio.

L’errore più comune sarebbe trasformarlo in una tirata ideologica uniforme. Attenzione a non cadere nella trappola della nobiltà generica, del tono tutto alto, dell’intellettuale che ama sentirsi intelligente. Jacopo deve sembrare vivo, coinvolto, persino infastidito da ciò che vede. Il suo linguaggio è curato, sì, ma la spinta non è letteraria: è morale.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • provini per ruoli di giornalisti, scrittori, intellettuali combattivi

  • personaggi idealisti con senso della giustizia

  • scene pubbliche o semi-pubbliche ad alta densità verbale

  • self tape drama che richiedono lucidità e posizione etica

Evitalo se:

  • ti serve un pezzo più emotivo e vulnerabile

  • il casting cerca tono colloquiale o quotidiano

  • tendi a irrigidirti nei testi argomentativi

Si abbina bene con: un monologo più intimo e spezzato, magari di confessione o perdita, per mostrare il contrasto tra forza pubblica e verità privata.

Monologhi simili

Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa: Jacopo non vuole soltanto convincere, vuole esporsi. È lì che il monologo prende davvero corpo. E secondo me è proprio questo il suo valore per un attore: non l’eleganza della scrittura, ma il momento in cui la parola smette di commentare il mondo e decide di entrarci dentro.

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